Salta al contenuto
novembre 14, 2011

Fa molto Titanic. L'iceberg contro cui ha cozzato il mondo dei blog è facebook dove non si dice niente di niente. Forse la realtà dei fatti è che non abbiamo più molto da dire se preferiamo andare a fare i cazzoni con i link della buonanotte e del buongiorno. Quindi addio splinder, non so se aprirò da un'altra parte.
Tanto la maggior parte di chi seguivo ha già chiuso da tempo, di altri avrò sempre i contatti.
A chi interessa e non ce l'ha la mia mail: Zygadena@hotmail.it
mani man vi venisse da scrivermi.

Ciao, ciao Simone, e ciao a chi mi ha letto per 5 anni e passa, che di storia sotto i ponti ne è passata tanta.

Salut

ottobre 31, 2011

DIANE_ARBUS_A_flower_girl_at_a_wedding_1964TACCO

Quando ero bambina la mia città mi sembrava una palla di vetro di quelle che si trovano sui mercatini, ma a scrollarla non veniva giù la neve, ma una bella nebbia densa, fluida. Si procedeva a tentoni lungo i muri, come annaspando nel latte, era una nebbia che copriva gli alberi e le strade, che con le unghie ci benediva, toccandoci la fronte, ci spingeva avanti, ma avanti non è una direzione quando intorno è solo bianco e non esistono confini.
Quella nebbia lì non esiste più adesso, ora al massimo l'aria si condensa un pochino, diventa visibile, leggermente più solida, ma non è più nebbia, lei ci è finita tutta dentro i polmoni, l'abbiamo respirata a fondo, si è fermata nelle ossa, è la materia di cui siamo fatti noi e i nostri incubi migliori. I giorni di nebbia poi non contano, sono una sospensione priva di tempo, i nostri anni sono più leggeri di quelli degli altri.
La sua bottega nei giorni di nebbia non la si vedeva se non dopo aver attraversato la strada, quel posto mi attraeva e mi respingeva nella stessa misura, dentro c'era Tacco, il signore del latte, che sembrava aspettare ogni giorno il mio arrivo e il sorriso timido che però gli sbattevo dritto in faccia, ero così allora, invisibile a tutti ma niente era invisibile a me, guardavo tutti fin dove potevo senza tralasciare nessun gesto, nessuna parola, ascoltavo più di ogni altro, e forse per questo avevo sempre un'aria sfinita e impaurita. Tutto era sempre troppo ingombrante da contenere.
Avevo un po' paura di Tacco, perchè rideva senza denti e i suoi occhi rimanevano vuoti e tristi, era come la sua pelle gialla, come le pareti del suo negozio con gli scaffali mezzo vuoti su cui galleggiava qualche scatola di biscotti divorata dalla polvere. Lui, piccolo di statura, un vecchio, di quell'età che non si può dire con certezza, i capelli radi e unti appiccicati sulla testa. Mi chiamava vicino al bancone e, oltre al latte, mi dava sempre qualche cosa da portare a casa, una caramella, una carezza sul viso, un saluto per i miei. Lo ringraziavo con timore, mi pareva un po' deforme, mi sembrava troppo solo e forse pensavo a quel tempo che la cosa fosse contagiosa. Appena ero vicino lo chiamavo: "Tacco!", nessun'altra parola, e lui faceva una cosa con i piedi sul pavimento di legno, una piccola danza per far sentire il rumore dei tacchi, un piccolo scherzo a proposito del suo nome, che aveva inventato per me. La cosa lo faceva ridere di un piccolo riso e io ridevo per fargli piacere anche se non è che fosse così divertente.
A volte invece la nebbia mi faceva scivolare oltre, passavo veloce davanti alla sua latteria, non avevo tempo, ma con la coda dell'occhio la vedevo, sempre aperta, a qualunque ora del giorno, tutti i giorni, anche a Natale, Tacco stava lì, da solo, col suo latte fresco e tutto il resto vecchio di cent'anni, pronto a ridere senza denti e a fare la danza con i piedi.
Un giorno nella nebbia mi sono trovata grande e la latteria non c'era più, al suo posto un bar corridoio con le luci blu, poi più nemmeno quello. Tutte le persone di quella strada svanite, evaporate, e a me girava la testa e rivedevo tutti, voci, occhi azzurri, trecce, odore di focaccia, parole in dialetto, veloce, come se mi avessero girato al contrario. Il cuore dentro una morsa, invisibile ma umida, il respiro affrettato.
Poi tutto passa.
Ora quando vado lì, senza mani di nebbia che mi proteggano le spalle, tengo gli occhi chiusi, che nulla possa entrare, non voglio vedere, non voglio vedere me specchiata in qualche vetrina, non voglio ascoltare quello che c'è da sentire.
A occhi chiusi, che nulla possa uscire.

La foto è di Diane Arbus

agosto 7, 2011

sacraferr2Ecco un posto in cui ogni pietra è esattamente dove dovrebbe stare, ogni filo d'erba, ogni pensiero, ogni soffio di vento.
La Sacra di San Michele, sentinella della Val di Susa, uno dei posti più belli del mondo.

agosto 3, 2011

Non sto scrivendo nulla.
Niente di niente. Mentre ci sono periodi in cui scrivo di tutto, riflessioni, frasi, in cui mi piace tenere la penna in mano e guardare fuori in qualche direzione, trascrivere quello che faccio, quello che mangio, trascrivere i sogni di tutte le notti. Altri periodi in cui non.
Senza motivi, e vivo in sospensione, come se fossi immersa in acqua e anice.
Ma leggo.
Tanto. E il godimento nella lettura non mi è mai passato, un vero amplesso della mente e mi dico a chi mai può interessare quello che scrivo io se al mondo si può leggere Dostoevskij o Garcia Lorca o chissà che altro. C'è gente che ha il talentop di rendere le cose eterne. Cose scritte 150 anni fa e che saranno valide anche fra 300. Ecco. Invece di girare lo sguardo intorno a se stessi o poco più in là riuscire ad avere uno sguardo universale. E' una cosa di pochi. Un talento di pochi. Saper maneggiare l'animo umano, le emozioni e i sentimenti riuscendo a trarne un respiro senza tempo.
Bisogna conoscere. Io non riesco a stancarmene.

giugno 20, 2011

Gli ultimi giorni di scuola sono ormai insopportabili sognando l'Olanda….

giugno 1, 2011

Richter12Secondo me Vinicio Capossela ha finito di dire le cose che doveva. Aveva raggiunto il massino con "Canzoni a manovella" il mio album preferito in assoluto, così rocambolesco e circense e pieno di strada. Ora mi sembra che ricicli se stesso, anche se in quest'ultimo lavoro mi prendono al cuore i riferimenti letterari a libri che ho amato tanto e i temi del mare mettono in agitazione confusa noi gente di collina.
Possibile che abbia ancora voglia di esagerare? Il motivo-firma ha sempre rovinato l'arte, secondo me, il dover essere sempre riconoscibile per non deludere il proprio pubblico o anche semplicemente a non fargli fare uno sforzo nuovo di conoscenza, per paura di perderlo. Magari nel frattempo Vinicio è diventato un vegetariano salutista astemio seguace dell'era acquariana ma deve arrivare sul palco con la sua bottiglietta di birra per non mandare in crisi i fans che lo aspettano con la stessa bottiglietta in mano per scimmiottare se stessi scimmiottando lui.
Avere coerenza di pensiero è un'altra cosa.
Bisogna andare avanti e superarsi, oppure rassegnarsi ad avere finito le cose da dire.
Possibile che il mio concittadino Faletti abbia ancora dei gialli in canna? e non sia solo un raffazzonare materiale per sbarcare il lunario?
Gli artisti che hanno fatto davvero quello che avevano voglia di fare non credo che siano poi tanti, bè di certo Picasso e Richter che vedete in questo quadro, che non si è mai messo da solo l'etichetta del pittore dei rossi o dei gialli, quello delle strade o del mare o chissà che altro, ha fatto qualunque cosa gli passasse per la mente e con uno stile sempre diverso.
Ma gli altri.., si fa quello che si vende.
Vinicio ripigliati, e se hai voglia di cantare in rima cuore e amore fallo senza andare a scomodare costole di balena e carcasse di pesci rossi.
Alla fine il successo rende prigionieri e noi cazzoni qualunque i veri liberi di pensare

maggio 19, 2011

Oggi è morta Gilda.
E lo so che aveva 99 anni ed era tanto stanca, ma ora a me il mondo sembra molto più brutto, più vuoto, sapere che c'era Gilda era avere una protezione, una rete contro le cadute.
Indimenticabile Gilda con gli occhi color del bosco, stanotte sentirò cantare per te tutte le masche, e Peleena battere per terra i suoi due bastoni, e Targen con la sua cassa da morto in spalla, e nitrire forte la Cavallina Bianca, il pianto inconsolabile della Principessa Oliva. Tutti i personaggi delle tue storie ti battono le mani in cielo e ti aspetta anche Giuanin con le sue orecchie a sventola, improbabile principe azzurro che vedevi bellissimo.
Tu sai quanto mi mancherai.

maggio 4, 2011

gericaultla balena balenga..

Ognuno di noi ha dentro lo spettro della balena e ognuno attribuisce ad essa il nome che gli pare, in ogni caso è qualcosa da temere e amare quasi nello stesso modo e che, forse, rappresenta soltanto la dura lotta per la conquista di se stessi.
Chi può dire di non amare almeno un po' i detriti accumulati nel proprio cuore, tutte le cose inutili che gli abbiamo spinto dentro ma che col tempo sono diventati tessuti, sangue e vene.
E' difficile riconoscere il superfluo dall'essenziale dentro di noi.
Certo non è bello aver paura, ma cosa saremmo senza l'incubo-balena che ci compare nel buio senza fine delle notti?
Io non sarei più io senza le fragilità e i tremori, gli occhi sempre troppo lucidi e gli strati sabbiosi dei pensieri, ho finito con l'amarmi anche così, se è vero che da qualche parte mi amo, come si finisce con l'amare il carceriere, con l'amare di più gli insegnanti più severi o il compagno di scuola più discolo. Tutti capaci ad avere cura del proprio io semplice e lineare, sfido a tenere invece d'acconto la nostra parte scomoda, i mille spigoli che ci fanno urtare dappertutto.
I lividi.
Nella vita ci vuole fegato a guardare negli occhi la balena che di volta in volta prende lo sguardo della mamma, degli amori mancati, degli amici scappati, di chiunque ci abbia scavalcato o calpestato e dirle: "Ehi, ora fai i conti con me". E va a finire che poi che nella sua pancia, ingoiati dalla tempesta, troviamo un nostro alter ego benigno che ha gli occhi della mamma, degli amori mancati, degli amici scappati, che ci accoglie scaldandoci in un abbraccio in cui finalmente trovare pace.

il quadro: "La zattera della Medusa" Gericault

aprile 27, 2011

normal_balenaLa bianchezza della balena

Sebbene sia bianco il signore degli elefanti bianchi
Che i barbari Pegu pongono sopra ogni cosa
E bianche le pietre che i pagani antichi donavano in segno di gioia,
per un giorno felice
Bianche cose nobili e commoventi,
Come i veli di sposa
L'innocenza e la purezza, la benignità dell'età
Sebbene abiti bianchi vengano dati ai redenti
Davanti a un trono bianco,
Dove il santissimo siede, bianco come la lana
Sebbene sia associato a quanto di più dolce,
Onorevole e sublime
LA BIANCHEZZA DELLA BALENA
Niente è più terribile di questo colore,
Una volta separato dal bene,
Una volta accompagnato al terrore
La bianchezza dello squalo bianco,
L'orrida fissità del suo sguardo
che demolisce il coraggio
La fioccosa bianchezza dell'albatro,
nelle sue nubi di spirito
La bianchezza dell'albino bianco
E cosa atterrisce dell'aspetto dei morti
se non il pallore
Bianco sudario colore?
Spettri e fantasmi immersi in nebbie di latte
Il re del terrore avanza nell'apocalisse
Su un cavallo pallido
E pallidi i cappucci della pentecoste
E il mare nel suo richiamo abissale
Nell'antartico, bianco sconfinato cimitero, il bianco
sogghigna nei suoi momenti di ghiaccio
Il pensiero del nulla si spalanca nella profondità lattea del cielo
Bianco l'inverno bianco, la neve bianca,
bianca la notte
Bianca l'insonnia bianca, la morte bianca e bianca la paura è bianca
L'universo vacuo e senza colore
Ci sta davanti come un lebbroso
Anche questo è la bianchezza della balena
LA BIANCHEZZA DELLA BALENA
Capite ora la caccia feroce? Il male abominevole, l'assenza di colore.

(Vinicio Capossela testo liberamente tratto da "Moby Dick" Di H. Melville nella magica traduzione di Cesare Pavese)

aprile 7, 2011

Io, radice occitana,

sguardo altrove, sudore di mandorla

io malnata, mani in grembo, occhi virati verde inclemente

destino a cocci di vetro, vestiti pungenti

io rossa e viola a tratti scontornati, ginocchia abbracciate

goffa sirena, braccia a croce, rapida, schiva

rauca inespressa

pianura e collina a nidi di ragno

io tra le mie mani lungo tremito, petto fragile di farfalla

singulto liquido tra le gambe

nebbia a fiotti come sangue di vena,

io cuore di palude, nascosta in fuga,

io risate di fiume, notti,

salnitro dei muri viso di spettri

domani io, ieri

Ora scossa di strada e di pioggia sui vetri,

io ricamo il mio tempo paziente

di tagli obliqui, di strette profonde

io binari struggenti, grondaie rotte,

annego dubbi, mare lontano,

capelli di corallo e alghe.

Lampioni gialli di iodio, pavè lucido di pianto mio

 sbattuto a terra dagli occhi a secchi.

Io. Mi dimentico da adesso, prometto.

cavoli sono invecchiata..eccomi in retrospettiva…
dal lontano 2006
baci Ray tu c'eri

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.