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Caro diario…

Ho sempre scritto, da che io mi ricordi. Sistematicamente dall’età di 14 anni, quando mio fratello mi regalò un piccolo stereo e io mi comprai la mia prima musicassetta, “Sincronicity” dei Police e un quadernino a righe. Cominciavo a cercare di esistere, di lasciare traccia di me ovunque, come bava di lumaca. Scrivevo le più belle frasi della mia vita, grandi, a pennarello, sulla carta da parati celeste della mia camera, in bella scrittura. Ogni volta che iniziavo un quadernino era una bella sensazione, il bianco abbagliante delle pagine, il loro profumo, l’emozione di avere i miei pensieri; qualcosa di solo mio che nessuno avrebbe potuto togliermi. “Caro diario” è subito diventato qualcuno da immaginare, con il suo carattere, le sue abitudini e un affetto smisurato per me, come la Kitty di Anne Frank. Nel mio piccolo, naturalmente. Asti era zanzare e caldo, agosto 1987, umidità. Io ero io, già abbastanza così, ingombrante in tutti i sensi conosciuti di questa parola. Io. Nella mia fretta di vivere, di crescere, relegata dalla mia personalità di vetro, a spiare la vita. La mia amicizia a righe durò sette anni, ancora mi commuove rileggere quel bisogno d’amore e di riconoscimento, provo una stretta al cuore di compatimento e di tenerezza per quella che ero, quando non sapevo ancora cosa sarebbe successo, ogni volta che ero un quadernino avanti ai fatti cruciali della mia esistenza. Quando morì mia madre iniziai un quaderno blu, non scrivevo a nessuno lì, non c’era nessun amico dall’altra parte del foglio, odiavo il presente, odiavo il passato e il futuro era un’incognita traballante, il contenuto delle vene dei polsi era l’inchiostro che mi portava fuori da quei giorni, senza quel quadernino non ce l’avrei fatta forse. L’università, il treno delle 18,51, i colori risucchiati nel vortice maligno di novembre, nemmeno il primo dei tanti. Novembre nel 1994 mi aveva già avvertito, ugualmente subivo inerme e mangiavo me stessa fino a diventare una persona completamente diversa, dentro e fuori. Una persona sopravvissuta, a se stessa. E poi iniziai a scrivere qui, un diario interattivo, ma pur sempre un diario, dove però sbattevo il cuore ogni giorno in faccia a qualcuno, non ero più da sola davanti a me stessa, anche se l’illusione era quella, c’era sempre qualcuno disposto a dirmi quanto fossi bella e brava e non era quello che avevo sempre cercato? Una moltitudine di amici a righe, che mi rispondevano, commossi e coinvolti, divertiti, legati. Dava alla testa, era una sensazione di grande forza, conquistare con le mie parole, avere qualcosa grazie al mio “dentro”, con la mia parte in ombra. E sono ancora qui, anche se non c’è quasi più nessuno, ho messo le cose a posto in questo diario di pagine virtuali, come quando si fa posto nei cassetti, ho tolto la polvere degli anni e ho ripreso a scrivere. Non so a cosa serva, a tenere il conto del tempo forse, a vedere sempre a che punto ero, a che punto sono. A guardarmi dritto negli occhi. Ho tenerezza per me, ho perdono, per la bambina che cantava “Every breath you take”alle zanzare della sua città, per la donna inquieta, per la vecchia che in un angolo della mia anima aspetta il suo turno. “Caro diario”è una carezza per me, lunga tutta la vita, di cui non credo di poter fare a meno, di cui non voglio fare a meno, e tu viandante che passi di qua per caso, o che mi leggi con amore da sempre, fai una carezza anche tu, alla bambina, alla donna e alla vecchia e canta un pezzettino ad occhi chiusi….I’ll be watching you

“Since you’ve gone I been lost without a trace
I dream at night I can only see your face
I look around but it’s you I can’t replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep crying baby, baby, please”
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Le parole

Di quel muro ricordo la consistenza granulosa e il modo in cui tratteneva il calore.  Stavo sempre lì. Su quel balcone facevo un sacco di cose, avevo un mondo ricchissimo, cose da descrivermi per tenermi compagnia,  percepisco ancora la gioia infinita di quando ho imparato a leggere e ho avuto la sensazione netta e lucida che la mia vita fosse cambiata,  che avevo fatto una scoperta che mi avrebbe sempre protetta e aiutata. Ricordo che appendevo su quel muro dei fogli pieni di lettere,  per essere circondata dalle parole. Ricordo che attraverso le parole sono passati tutti gli eventi più importanti della mia vita,  quelli belli e quelli brutti, lettere e telefonate, grandi parlate sotto la luna col fiume che scorre vicino facendo orecchie da mercante, facendo finta di non ascoltare. Mi sono sempre raccontata la mia vita, diari di eventi e di riflessioni,  quaderni a righe di tutti  i colori, ho tritato nella mente ogni giorno di dolore affidandolo alla scrittura per poterlo sopportare. Devo tantissimo alle parole. Le poche volte in cui mi sono innamorata è stato grazie a loro, tutti i legami, tutte le promesse annodate e sciolte. Beate le parole, dolce miele da assaporare sulla lingua, da sentire roche all’orecchio in un giorno di pioggia. Ho sempre costruito con le parole,  giocato, annaspato, sono state lacrime di inchiostro nero e risate. Niente per me ha la stessa forza,  non la musica, non le immagini,  a parole io esisto,  mi recito intere scene, a parole progetto e credo. Ho sempre creato linguaggi con le persone, unici e irripetibili,  piccoli mondi ovattati in cui sentirsi amati. Parole d’ordine, gergo comune per sentirsi speciali.  Anche con i bambini a scuola ce l’abbiamo e le parole che abbiamo scelto di condividere li stanno facendo crescere, sono parole agganciate le une alle altre, una cordata di parole che li rende belli ai miei occhi, che ci aiutano a superare i giorni difficili. Le parole sono il vestito che rende meravigliose alcune persone e che rendono me quella che sono.  Non esisterei senza parole. Le parole gocciolanti di un bigliettino tra le rose, un foglio stropicciato di mio fratello su un cuscino, il taccuino di Antonella, le paroline colorate delle mie bambine quando erano bambine, esistono parole inestimabili. Le lettere deliranti di quel primo amore che si è mangiato il mio cuore quel novembre tanto lontano , “per sempre” in blu al fondo di un foglio. Quel “mamma” quando ero io a dirlo. Quando Daniele dice alla gente che sono la sua sorellina.  Ci sono parole di piuma e parole di ghisa, parole che accarezzano la pelle e la fanno tremare e parole uncino, lame, pietre acuminate.  E le parole dei libri con cui tessere l’anima,  voci perdute nel tempo, voci tatuate profonde mentre dicono:” Vieni, dormi con me Iani”. Iani faceva la lingua dal balcone e il mondo era fatto di tutte le parole ancora da venire, le benedico una per una, papà al telefono quando ti ho chiesto scusa e tu hai fatto finta di non ricordare per che cosa lo stavo facendo, benedico anche il terrore di certe frasi rimbalzate sui muri degli ospedali, benedico i racconti degli amici, la protezione di saperli lì a raccontare la nostra vita. Benedico tutte le parole d’amore che mi hanno resa lucente e aspetto quelle che ancora verranno a onde lunghe e che mi porteranno via.20170214_145439

traiettorie di carta

aereoNella mia solita passeggiata al fiume ho trovato un aeroplano di carta. Da lontano sembrava un pezzo di carta qualunque, era impigliato in un cespuglio, uno di quelli che crescono in riva a Po, con le radici nell’acqua e il desiderio del sole in ogni nervo di foglia. Lo teneva in bilico tra i rami. Mi sono avvicinata e ho visto che era un aereo di quelli semplici, di quelli che si inumidiscono con il fiato e poi si lanciano con un piccolo grido di incoraggiamento e di solito cadono a un metro dai nostri piedi. Mi sono guardata intorno convinta di vedere un bambino intento a cercare il suo fragile modellino. Ero sola. Ho preso l’aereo e ho visto che era tutto coperto da una grafia fitta, leggermente inclinata verso destra, blu. Ho spianato il foglio, istintivamente, non pensavo di trovarci niente di particolare, a volte si usano fogli a caso e si confezionano sovrappensiero barchette o aerei per riempire un attimo di noia, magari era una lista della spesa, appunti di una vita piena e distratta come la mia. Le parole si sono costruite davanti ai miei occhi, singole lettere naufraghe che di nuovo potevano essere parole, fiere del loro inchiostro blu. Non c’era un’intestazione, un destinatario, e il ritmo serrato indicava una complicità assoluta pur nella sua irrealtà. Immateriale amore affidato all’aria del fiume. Pensieri che travolgono il corpo, sospiri dedicati a qualcuno che per forza sapeva cosa era capace di suscitare.

“Eccomi a te”, cominciava, e subito ero nel cuore di chi si stava offrendo, avrei ascoltato con tenerezza, anche se era come spiare dal buco della serratura qualcosa che non mi apparteneva. “Mi immagino le tue lenzuola verde tenue, il profumo che avranno di sicuro, la coperta della nonna, quella preziosa di tutti i colori, mi immagino di entrare nei tuoi sogni spalancando la porta, nel sogno dove mi accarezzi i capelli, dove ci guardiamo di sfuggita”.

Davanti ai miei occhi una stanza, una finestra sul buio di un fuori qualunque, mani che stringono i fianchi ondeggiando alla stessa musica inesistente ma che sentono entrambi.

“Miagoliamo come gatti in preda alla malinconia, uno al di qua e l’altra al di là di uno spesso vetro da cui spiamo le nostre vite, a volte con le mani afferriamo il vuoto, la bocca che si appoggia al vetro, aperta, in attesa di un bacio inesistente, le stesse parole navigano in mezzo, le parole d’ordine per arrivarsi al cuore, per farne culla, piccoli nomi vezzeggiati e sussurrati, per cominciare la fusione cellulare di due persone in una. A volte lascio scorrere lacrime sul vetro. Non ti bagneranno mai.”

Chiudo gli occhi, un’unghia di sole fa brillare l’acqua fangosa come fosse argento vivo, baluginante e velenoso. Ho preso fiato, avrei voluto far arrivare al loro destino questi pensieri d’amore e non solo lasciarmi attraversare. “Se ci pensi siamo creature di mare noi, le mani che si muovono come anemoni, capelli d’alga intrecciati e inumiditi da un piacere sognato, scogli aguzzi a schiacciare l’anima a fili e onde che diventano grandi mentre ci spalanchiamo completamente. La vita è un’altra cosa, ma il sale che ho sulla pelle solo sulle tue labbra può luccicare…” Puntini di sospensione, il sole è sceso dietro le case al di là del ponte e delle sue statue, un alito freddo mi ha colpito in pieno viso.

“Aspetto il colore che, per gioco, mi svelerà a te, che farà sì che mi lasci divorare piano, la scusa per poterti confidare le strade per percorrermi, il momento in cui la mia pelle si tatuerà sulla tua, il sangue scorrerà attraverso le nostre vene sovrapposte, stringendomi a te fino alle ossa, fino a battere i denti, fino a tremare in sincrono. Aspetto la tua voce svoltando l’angolo di una strada, la tua voce greve che mi parla di tutto tranne che di me e del tuo batticuore, le parole si disgregano e sono solo suoni da farsi arrivare dentro profondo”.

Basta, non potevo continuare, le parole mi hanno invasa, non volevo più sapere, non ho voluto vedere altro. Cosa potevo fare di quelle parole? Mi sono presa qualche minuto, le nuvole si affollavano grandi in quell’angolo di cielo sopra la mia città, ho deciso di modellare nuovamente la carta seguendo le pieghe, di inumidire la punta dell’aereo con il fiato e di lanciare l’aeroplanino con un piccolo grido d’incoraggiamento e poi sono andata via veloce, senza guardare dove sarebbe caduto se a un metro dai miei piedi, se tra i rami del cespuglio che vive dell’acqua del fiume, se nella sua stessa corrente. Forse non importava. Sono tornata a casa pensando ai due amanti nel loro acquario e ho augurato loro di trovare la forza per potersi librare nel cielo uguale per entrambi, spazio di azzurro comune, come il loro aereo inconsistente.

 

(in debito a Gabriel Garcia Marquez per “Occhi di cane azzurro”, in debito al fiume perchè dalle sue rive mi lascia guardare tanta umanità che passa).

Scarpette rosa

417506234_8f74e3c702_oad un certo punto tutto passa, questa è la terribile costante della vita. Da ragazza mi comprai un paio di scarpette rosa, per ballare il liscio. Nella mia famiglia tutti lo ballavano era ineluttabile. Quando i miei genitori erano giovani mio padre, orfano di una famiglia derelitta e costretto sempre e solo a lavorare, non lo sapeva fare e questo gli pesava enormemente. Prese la situazione di petto e andò a fare un corso specifico, prima che io nascessi, una decisione di una forza assoluta per il suo carattere, e io lo conobbi già ballerino provetto. Anche mio zio sapeva ballare, con eleganza e portamento, ma mio padre era più fantasioso e coinvolgente e, soprattutto, condivise con noi la sua passione. Di domenica spesso spostavamo i mobili di casa e lui ci insegnava, e solo il cielo sa quanto ridevamo e quanto era bello lasciarsi trasportare dalle sue braccia, gli unici contatti che aveva con noi tra l’altro. Noi tre imparammo da lui divertendoci, io, mio fratello e Manu. E d’estate sfoggiavamo le nostre conoscenze in giro nelle feste di paese. Con mio fratello un unico vorticare perfetto, con Manu l’artificio delle nostre personalità mescolate, virtuosismi di gambe e di cuore. Il mio amico Fausto un anno ci vide e decise che anche lui lo doveva fare. Penso che quell’inverno mise sotto sua madre e si fece passare tutto lo scibile in materia di liscio, l’anno successivo con noi c’era anche lui. E poi coinvolgemmo anche il nostro amico Mirko, che la prendeva estremamente sul serio e non rideva mai durante un valzer, lo sguardo fiero diritto oltre la spalla ad aspettare la svolta del giro successivo. Erano i nostri vent’anni. Il legno dei balli a palchetto sotto le suole delle scarpette rosa, le luci che strisciavano sui nostri visi, le zanzare, le cicale, la sete. Non ci piaceva la musica naturalmente. A nessuno piace quella musica. Ci piaceva muoverci nelle nostre braccia, il sincrono di piedi e gambe, le schiene dritte, la fiducia reciproca del guidare e del lasciarsi trasportare, credo, non lo so, so che non eravamo mai stanchi e questa era una bella sensazione. Il ballo più bello si riservava sempre a papà o allo zio ma poi tutto il resto era frenesia di giri di pista, intreccio di piedi rapidissimo, sudore e scarpette. Ricordo una sera, Fausto e io avevamo lavorato per l’intero fine settimana, venerdì, sabato, domenica, quei lavoretti estivi dove incanalare l’esubero di energie e dove noi, guerrieri infaticabili, naturalmente esageravamo in solerzia. Mi raggiunse fuori a fine turno, sugli scalini di sempre, la camicia bianca stazzonata e mi disse: “Stasera si esce, dammi solo il tempo di andarmi a cambiare e di chiamare Mirko”. Stasera si esce? Ma io ho le gambe a pezzi, la schiena che fa male, le mani rosse d’acqua. Non protestai e andai a indossare le scarpette rosa. Dopo venti minuti lo vidi arrivare e ancora rido a ripensarci, vestito esattamente uguale a prima, Dio che assurdità, camicia bianca e pantaloni neri, solo puliti stavolta. Lui mi guardò e non capiva perchè stessi ridendo. Solo quando seguì il mio sguardo sui suoi vestiti si rese conto. “Fausto ti scambieranno per il cameriere!”. Nel frattempo arrivò Mirko e lo guardammo con tanto d’occhi, mai l’avevamo visto più bello di così, i capelli pettinati all’indietro alla perfezione, una impeccabile giacca nera che gli stava a pennello, scarpe lucidissime, mannaggia il nostro amico era uno spettacolo! Caldo, estate. Mirko si tolse la giacca e a noi cadde la mandibola: indossava una t shirt senza maniche tinta pesca e tagliata corta, in modo accattivante, a metà pancia. Che idea gli era venuta?!Va beh, partimmo e raggiungemmo la balera. Tre ballerini assortiti in modo originale, un ballo a testa. Fausto e io maggiore confidenza, ricordo la rapidità dei movimenti, una certa ruvidità in alcuni passaggi, il bagliore dei denti nei sorrisi, Mirko e io nei nostri balli al contrario, giri a sinistra, volti tirati, i suoi occhi di foglia pieni di luce. Fausto e Mirko, mentre io riposavo un attimo, bellissimi insieme, veloci e complici. Ricordo quanto mi facevano male i piedi, quanto eravamo vicini, Mirko per strada l’ho perso, Fausto è ancora con me. Le scarpette rosa abbandonate a un chiodo arrugginito nella memoria. Ma non per sempre. Mio fratello, io e le nostre figlie, quest’estate torneremo a spostare i mobili, loro vogliono imparare, avremo l’occasione di ricordare i gesti di papà, avremo modo di fidarci ancora delle nostre braccia mentre muoveremo i nostri passi per loro è un privilegio bellissimo. Un, duè, trè, si parte…

(La foto è del mio amico fotografo straordinario Corrado Giulietti, Kappino grazie)

Celeste granata

Amo Celeste. È una bambina speciale,  e no non li si ama tutti allo stesso modo i propri alunni anche se, naturalmente,  si dà a loro gli stessi strumenti,  con alcuni c’è un rapporto speciale,  una confidenza grande, si riesce a vedere dentro il loro cuore trasparente. Con Celeste è così,  a volte me la riesco ad immaginare da adulta attraverso alcune sue malinconie che traspaiono ugualmente anche se sulle labbra ha un perenne e traballante sorriso, nei suoi occhi enormi e neri come pozzanghere in mezzo all’asfalto, si vede la donna inquieta che sarà mentre le sue manine si aggrappano al palloncino fragile della timidezza. Celeste mi vuole tanto bene e me lo dice spesso e mi stringe con le sue braccia magre magre ed è tanto bello

Stamattina indossava una maglia granata troppo grande per lei. Sfacciatamente.  In mezzo a una classe di maschi juventini,  nessuna timidezza a blandire la sua scelta. Mi viene vicino e mi dice “Maestra sai che giorno è oggi?” Gli occhi giganti un pochino umidi. “Certo che lo so, l’anniversario della grande disgrazia “, annuisce pensosa e grata e mi racconta che il suo papà ogni anno la porta in pellegrinaggio a Superga a ricordare la tragedia che ha distrutto la loro squadra e io penso che Celeste e il suo papà si dimostrino amore condividendo una passione ricamata di ricordi. E quanto è bella lei mentre indossa quel colore che è poi lo stesso del cuore forse è questo che rende così importante questa squadra per tanta gente , e Celeste non fa mai tanto rumore,  mi ha raccontato tutto in sordina e china le trecce brune sul foglio lavorando sempre seria e concentrata ma oggi fiera di aver raccontato a  me la sua passione.  Non le ho raccontato che per me il granata è il ricordo più bello,  è mia mamma che si vestiva con sciarpe e si avvolgeva nella bandiera davanti alla TV a guardare le partite del suo Toro trasalendo di emozione ad ogni calcio di pallone,  temevo di non farcela e di piangere perché anche mia mamma mi portava in pellegrinaggio a Superga a raccontarmi quella storia.  E a me del calcio non è mai importato ma alcune sensazioni sono contagiose e corrono sotto pelle. Grazie Celeste per il tuo piccolo incanto. ..images

Siamo fragili.  Barchette di carta rovesciate alla minima corrente. Rimango a guardare per ore, gli occhi nell’acqua,  l’odore del fiume mi fa sentire ovunque a casa. Mi prende e mi ritorna, intrecciati in divenire, il passato e il presente. Il fiume col suo respiro pesante, mai più lo stesso,  controluce bellissima la sua pelle d’argento.  Aspettami barchetta al di là del mare dove ti porterà il suo eterno scorrere, aspettami.  Questi strani giorni a colpi di destino, cuori rossi sulla strada, lettere finite per incanto in mezzo ai libri e ritornate, non so capire,  io so solo ingarbugliare prigioniera della voce e dei fili attorcigliati dentro il mio profondo. Non parlo, ascolto il fiume e le sue onde grigie, la barchetta si è presto impigliata tra i rami, finisce la sua corsa in una prigione di legno e io corro via per costruirne un’altra ancora, magari di un altro dolore o forse colore.20180424_160409

Ofelia

Ofelia, cara ragazza dai capelli di muschio, intrecciata la veste con fiori marciti, hai seguito rapita la scia che la luna specchiava nel fiume. E hai perso te stessa, che già esisteva a stento, giocando alle parole col pazzo del castello. Ofelia, cara ragazza dagli occhi di salvia,  ora non viene a vederti nascosta sott’acqua,  ma gioca a rimpiattino lassù  tra i merli,  e l’acqua fa piano il suo mestiere invade e corrode e ruba alle ossa il biancore di calce,  ruba ai denti il bagliore di perla e il cuore gonfio di melma apre se stesso al bussare dei pesci.  Ofelia dalla pelle di rosa, conosci te stessa mentre l’acqua custodisce per te rimorsi e rimpianti,  anche i morti certamente sognano con gli occhi aperti, divorati dal buio, nello sforzo immane di raggiungere le stelle dalla loro fredda culla di fango.  (Il quadro:  Henry Millais  Ofelia)John_Everett_Millais_-_Ophelia