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il filo

wildtA volte è minuzioso, chirurgico, come un filo interdentale che va a stringere i ventricoli del cuore e impedisce di respirare. A volte grosso, ruvido, come il canapo del palio, attorcigliato, quelle fibre naturali e sane ma che a tenerle in mano ugualmente urticano e scorticano la pelle, Qualche volta è bellissimo, sa di mare, appoggiandoci le labbra si sente il gusto del sale, la gomena che issa le vele in mezzo al vento, ribelle e forte. Talvolta è il filo da pesca con cui legavo gli ami, trasparente e delicato, si possono fare dei giri e accostarli uno vicino all’altro, senza sovrapporli per non provocare rotture, sembra bava di ragno trasparente, poi diventa rosso a volte, rosso di sangue e fa spire rotonde come un serpente, quando è così si tatua sulla pelle, rende ebbri, è fatto di voce e di immagini, è il filo più bello, quello che non fa mai paura, il legame accogliente. Ogni tanto è cordone ombelicale, denso di vita altrui, delicato, fragile, ovviamente legato intorno al collo, ovviamente trapunto di incubi, di spettri lasciati a sedimentare nell’oscuro dell’essere; a volte è un filo elettrico che manda scintille, guai a toccarlo, si può solo guardarlo accendersi e spegnersi, intermittente come la luce delle lucciole. Talvolta il filo ferisce, è la corda del tiro alla fune, e qualcuno cade sempre a terra strattonato troppo rudemente, di solito io, sulle mie ginocchia malandate, sulla mia voglia di amare, troppo forte, ancora troppo forte. A volte è nastro dei regali, argentato come la coda delle stelle, elastico che avvicina ed allontana e fa venire il singhiozzo per la troppa incertezza,  laccio emostatico che ferma il turbinare del sangue a metà di una carezza, con un bacio a fior di labbra, presto cancellato dai giorni affastellati a mucchi uno sull’altro. Il filo a volte è tentacolo che fuoriesce dagli incubi, troppo spaventosi per ricordarli al mattino, a volte è di carta come il ritaglio degli origami di Bianca, a volte è acciaio puro, cavo tenace che cancella in un secondo distanze e passato, futuro vicino. Ogni tanto è il filo degli astronauti che permette loro di passeggiare tra le stelle, il filo senza peso degli abissi siderali della nostra mente, che ogni tanto si intersecano, si uniscono, si scambiano liquidi profondi, ma rimangono distinti, ferocemente. filo spinatoFilo spinato che non si può superare, invincibile protezione della solitudine, nessuno ha diritto ad essere felice e tutte le lacrime sono belle quando diventano brina. Il filo a volte è gravato dal peso delle perle, è inutile cercare di vederlo di sfuggita in mezzo a tanto inutile prezioso bianco, oro di antica collana, velluto nero attorno al collo, lenza da gettare ai pesci, corda a cui è appeso il codino delle giostre, lana verde dei gomitoli. Ogni tanto il filo si tende tanto da far male dov’è attaccato, stride, urla, ma facciamo finta di niente. Tanto si sa che non si può spezzare, possiamo non dargli ascolto, tanto non ha nessun altro posto dove andare.

 

(la statua: “Filo d’oro” impareggiabile Adolfo Wildt. Filo spinato trovato nel web)

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Nerostella

nerostellaQuando con forza mettiamo i pugni sopra gli occhi chiusi vediamo un nero profondo, e una sensazione di impotenza ci invade lentamente, perchè dietro la pelle sentiamo la cavità delle orbite. Una volta toccandomi queste ossa mi sono provocata dei lividi, volevo seguirne i contorni, immaginarmi nuda davvero, solo fatta del loro lucore. Ma se si aspetta ancora un po’, sempre premendo, da quel nero affiorano stelle luminose, le più luminose che possiamo immaginare perchè non le vediamo con gli occhi, ma con una vista interiore, che nessun altro può vedere. In ogni nero posso immaginarmi le stelle.

L’amore quello dei baci, delle promesse, del desiderio è una trappola per turisti, turisti del cuore. L’amore è uno sgobbare quotidiano, una strada sempre in salita. L’amore è mettere da parte se stessi per non fare del male a chi amiamo, forse solo per i figli lo si può fare. Il mio cuore è sempre stato di vetro, forse si nasce con il cuore di vetro, con più bisogni degli altri, con una fame insaziabile di cura. Tutta la vita ha accumulato crepe, sovrapposte, profonde e meno profonde, ma una sull’altra, meticolose, una sull’altra, è diventato sempre più sottile, sempre più in pericolo. Sto aspettando che affiori il nerostella, sto aspettando di trovare un senso a tante cose, cerco di essere dolce con chi amo, cerco di dare tutto, cerco di dare la cura che vorrei ricevere, aspetto che quella stella mi illumini da dentro. Nero. Nero. Nero di bisogni mai vinti, del non bastare a me stessa, del dovermi specchiare negli altri per esistere. Nero. Ricordi che nessuno potrebbe mai definire tali, ma che sono le radici nella pece della mia esistenza. Dover suscitare desiderio per poter tollerare il mio corpo. Dover ricevere baci per poter sopportare il mio respiro. Nero. Nel nero è facile che il cuore sbreccato si conficchi nel petto, percepisco il dolore ma non vedo il danno. Nerostella ti aspetto, con le mani sulla pancia a calmarmi piano, mani di nonna che superano gli eoni del tempo e mi benedicono a modo loro attraverso le mie, l’unico modo che io riconosca per me. Non sempre succede. Nero.

Aspetto, non so fare altro.

Luce, Renè e la fata dei cristalli

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Molto tempo fa nel paese di Falpalà viveva una bambina che si chiamava Luce. I suoi genitori avevano voluto darle quel nome come buon augurio, con la speranza che la sua vita fosse sempre luminosa e che magari portasse agli altri speranza e bontà. E così era stato, Luce crebbe con un carattere gioioso, sempre pronta ad aiutare gli altri, modesta e rispettosa con tutti. Fino ad un giorno preciso, il giorno in cui, a Falpalà, andò ad abitare un ragazzo molto particolare. Falpalà era un paese piccolo, con casette in file ordinate e graziosi giardini ben curati, un paese dove tutti si conoscevano e tutti mantenevano rapporti di buon vicinato, quindi ogni volta che qualcuno si trasferiva lì, gli abitanti facevano a gara per farlo sentire a proprio agio, offrendo doni di benvenuto e torte con la marmellata di fichi che erano la specialità di Falpalà. Luce volle quindi far visita al nuovo arrivato e bussò alla sua porta in un bel giorno di primavera, portando in mano un sacchetto di biscotti alla cannella appena sfornati. Luce aspettò che la porta si aprisse vestita del suo sorriso migliore. Ma niente. Bussò ancora. E dalla casa giunse una voce che con severità disse: “Andatevene, non voglio niente, io voglio stare da solo!”. Nessuno aveva mai reagito così all’ospitalità degli abitanti di Falpalà; Luce molto colpita provò ad affacciarsi ad una finestra per sbirciare all’interno e vide il ragazzo intento a costruire una barca, nel salotto di casa. Aveva l’espressione accigliata e le mani malferme, ogni pezzo di legno, brandello di vela, parte del timone che cercava di sistemare faceva cadere immancabilmente a terra il pezzo montato un attimo prima. Ad un certo punto il ragazzo, sconsolato, si prese la testa tra le mani e pianse. Luce si innamorò di lui al primo sguardo e sentì nel suo cuore un grande desiderio di aiutarlo a costruire la sua barca, intuiva quanto questo fosse importante per lui. Decise di tornare ogni giorno a bussare alla sua porta sperando di conquistare il suo cuore con la tenacia, ma la porta non si aprì mai. Luce a casa sua stava molto male, soffriva perché il ragazzo non voleva saperne di lei, era sempre più triste, non mangiava più, il buio era penetrato nella sua anima lentamente. Lui si chiamava Renè. Era solo da molto tempo, non aveva mai conosciuto suo padre e sua madre era scomparsa improvvisamente: un giorno tornando a casa non la trovò più, sul tavolo c’era solamente un biglietto che diceva “Costruisci una barca e vienimi a cercare”. Da quel momento Renè cercò un paese che fosse affacciato sul mare e trovò Falpalà, ma la barca per partire non riusciva a costruirla. Luce peggiorava, usciva solo per andare a bussare a Renè una volta al giorno e lui non le apriva. Renè finiva in lacrime tutte le sue giornate perché sapeva di non poter ritrovare sua madre senza la barca. Oh se solo avessero potuto aiutarsi a vicenda, aprire il loro cuore per trovare conforto. Una mattina in cui Luce era talmente triste che non riusciva ad alzarsi dal letto, un bagliore azzurro si sprigionò dallo specchio della sua camera, si muoveva morbido come una lingua di gatto tutto intorno a lei che lo guardava come ipnotizzata, finchè non prese le sembianze di una bellissima fata. La fata era vestita dello stesso blu del mare, il suo abito era lucente e cangiante come il dorso di un pesce e i suoi capelli lunghi erano d’argento puro. Fece una carezza a Luce e le parlò: “Sono la Fata dei Cristalli, da molti giorni ti osservo e ho potuto giudicare che il tuo amore per Renè è puro e sincero. Tu puoi aiutarlo. Sono stata io a portare via sua madre, aveva una malattia che le rendeva le ossa fragilissime e nessun ospedale della Terra avrebbe potuto salvarla, aveva bisogno della mia magia, ma non si poteva dire la verità a Renè altrimenti la magia non sarebbe stata efficace e sua madre non sarebbe guarita” disse la Fata. “L’unico modo perché Renè la possa riabbracciare ora che è perfettamente guarita e la possa riportare a casa è che riesca a costruire la  sua barca e che la riesca a far volare”, continuò la fata con la sua voce che ricordava l’acqua gorgogliante di un fiume. Luce provò a obiettare: “Ma io sono solo una ragazzina e soprattutto Renè non apre la porta, come posso fare?”. La Fata non ascoltò ma prima di svanire le lasciò sul letto una boccetta con un liquido misterioso nero come inchiostro. Luce svitò il tappo, guardò nella boccetta e vide che il liquido di muoveva, si sollevava e si abbassava da solo, creando delle piccole onde continue. Provò a intingere un dito all’interno e cominciò a sollevarsi dal letto e a fluttuare per la stanza, mise dentro un altro dito e potè volare fuori dalla finestra. Volare era una sensazione bellissima, Luce in pochi attimi ritrovò il meraviglioso sorriso che portava gioia a tutti, volò felice sopra i tetti di Falpalà, sorvolò la piazza del mercato, volò sulla scuola e sull’ospedale, volò sopra la Chiesa e in pochi minuti si trovò nel giardino di Renè. Asciugandosi il dito sulla camicia da notte pian piano atterrò sull’erba ancora umida di rugiada. La porta della cucina era socchiusa, Luce entrò e trovò Renè che si rigirava abbattuto un pezzo dell’albero maestro tra le mani, scoraggiato. Luce si avvicinò pian piano e gli mise una mano sulla spalla, si presentò e gli disse di non temere, che ora c’era lei, che era sua amica e l’avrebbe aiutato, in due tutti i pezzi della barca sarebbero andati al loro posto. Il sorriso di Luce era contagioso, Renè le rispose con il suo, timido e impacciato, ma accettò il suo aiuto. Lavorarono sodo per alcuni giorni: dove Renè non riusciva, Luce era precisa e meticolosa, e dove occorreva forza e Luce non ce la faceva, Renè prontamente le offriva il suo aiuto. Quando la barca fu pronta, i due ragazzi la spinsero nel giardino, solo a quel punto Luce gli confidò le parole della fata cioè che per trovare sua madre non serviva il mare ma un po’ di magia, dalla tasca tirò fuori la boccetta e bagnò la prua e la poppa della barca con l’inchiostro magico e la barca cominciò a volare. Renè e Luce fecero appena in tempo a saltare a bordo, felici si abbracciarono stretti, erano riusciti nella loro impresa. Da quel momento in poi sentivano che sarebbe andato tutto bene. La fata dei Cristalli li osservava soddisfatta dall’interno di una biglia, sorridendo dolcemente e con la sua magia aiutava i ragazzi a pilotare la barca nella direzione giusta.

(una fiaba dedicata ai miei scolari e al mio fratellino come tutte le storie)

paolo e francescaL’amore è sempre stato il grande nodo della mia esistenza. Non ho mai imparato ad amare rimanendo nei miei confini, accostandomi alle persone, condividendo in modo maturo. Forse il percorso della mia vita così fitto di scossoni repentini, di grandi bombe che hanno devastato il mio cielo e in seguito di fulminee ricostruzioni, non mi hanno dato il tempo di apprendere la modalità corretta. Sono così. Non so amare a metà. Non riesco a non gettarmi a capofitto nelle cose, trascinando con me immagini, ricordi, pezzi di vita che mi seguono come uno strascico di lustrini, pesantissimo ma ammaliante. So essere molto ingombrante, diventare necessaria. Non so se sia un dono o una condanna intuire i bisogni delle persone e cercare sempre di prevenirli, l’attenzione chirurgica che metto sempre nelle questioni d’amore e che mi fa essere vicina all’inverosimile al cuore di chi amo. Sono intermittente, basta niente a farmi rintanare nelle pieghe di me stessa, sono cava dentro, scivolosa. Arrivare a me non è facile, sono un terreno dissestato, franoso, ma se arrivo ad esserci è per sempre. E a nulla valgono le distanze, le tempeste, gli anni sfogliati e strappati via, io rimango. Sono viva, finchè c’è l’amore io rimango viva, fino a quando esistono abbracci stretti e farfalle da farsi volare dentro, i piccoli giorni aguzzi con i miei bambini e le loro migliaia di domande, fintanto che una mano cerca la mia. L’amore è ribaltare tutti i limiti, annullarli, parlare la stessa lingua inventata insieme, un’osmosi incessante di emozioni minutissime ed enormi. Nutrire le farfalle che danzano dentro di noi fin quando sono in grado di spiccare il volo e raggiungere l’infinito.

“La misura dell’amore è amare senza misura” Bernardo da Chiaravalle.

la statua: “Paolo e Francesca” di Romolo Del Gobbo

November again

27-diane-arbus-9.nocrop.w710.h2147483647.2xQuest’anno a novembre dedico il mio amore affinchè sia clemente. Dedico la voce di mia nipote mentre mi legge un tema in cui dice che si fida di me. Dedico l’azzurro di tutti gli occhi che ho amato in ogni tempo, dedico la capacità di sanare ferite sempre aperte con la forza delle parole buone. Dedico la presenza. Novembre è un ponte sospeso: sono i compleanni che non possiamo festeggiare mai più e “auguri”, “auguri”, “auguri” per ottocento volte, uno per ogni chilometro, attraversando montagne e baratri di nebbia spessa. Tengo stretto ciò che ho perchè ho perso moltissimo, il mio cuore è pieno di croci, non so dire addio perchè addio arriva già da solo e non si può fare altro che arrendersi e lasciare andare. Non lo faccio mai per prima, non lo farò mai per prima. Novembre, ho imparato. Ho imparato a perdonare me stessa e chiunque altro, a comprendere qualsiasi sfumatura dell’esistenza e a non giudicare niente. Novembre è sentire me stessa gocciolare via, è il gusto della paura che sentita una volta non se ne va mai più dal fondo delle ossa. Sapere che basta chiudere gli occhi per un attimo, distrarsi per un secondo, andare a scuola in un giorno qualunque, salire le scale, andare a dormire, e tutto il mondo conosciuto sparisce in un istante inghiottito per sempre, e appena ricostruito, appena incollato alla bell’e meglio, può succedere ancora e ancora e ancora, è questo che mi rende fragile, che mi riempie la testa di insicurezza e di bisogni carnivori. Novembre. Aspettami mamma, ho ancora bisogno di crescere. Appena sotto la crosta apparente dei miei giorni, del lavoro della casa, del mio sembrare razionale e presente, concreta affidabile, appena sotto la crosta, sento brulicare i vermi del dolore. Io non so spiegare. Non voglio spiegare. Novembre cos’ha di buono è che mi conosce, non ha bisogno di dettagli. Il mio conto alla rovescia è iniziato, trenta giorni ha novembre, meno due, ora. Ce la faccio, disegnando cuori sui giorni giusti, solo per me, pregando, ricordando, chi ero. Novembre mi ha tolto il peso, ciascuno ha un suo peso, che lo tiene ancorato al terreno, che gli fa prendere decisioni, che gli fa avere desideri, io non ho peso. Grazie a novembre, capro espiatorio, sono senza peso, in balia di emozioni, sempre le stesse, prigioniera, sempre negli stessi schemi. Poi succede che il cuore si riforma dalle sue stesse ceneri, il cuore fenice, se qualcuno in quelle ceneri affonda le mani e gli ridà una forma, lo tiene con la punta delle dita, lo accarezza di baci. Dentro di me esiste qualcosa di intatto, ho paura anche solo a pensarlo, qualcosa da donare ancora, novembre abbi cura di me. Nita. Papà scusami, papà che bello era stare insieme a te, che bello sentirti ridere. Tutto si allontana più o meno velocemente, solo dentro di me rimane tutto sempre fermo allo stesso posto, non lo so perchè, perchè non sono capace di crescere. Può sembrare mostruoso, lo so bene, questo modo di sentire che mi fa sembrare una bambola, che a tratti mi risucchia la vita dagli occhi e mi fa apparire distante se non si è fatti della stessa sostanza, se non si possiedono gli stessi occhi di biglia. Che mi fa smettere di comunicare con i parametri della concretezza ma mi fa parlare e agire in altre dimensioni, con vibrazioni non percepibili con i sensi comuni. Esiste un modo di sentirsi che non so spiegare, subliminale, del tessuto dei sogni e degli incubi, che ha gusto di terra, che ha gusto di cielo. Che conoscono i morti di certo,  i bambini nel grembo, attimi in cui ci si fonde a qualcosa di più grande di noi. Essere corpi è solo un mezzo per donare all’altro quell’essenza minerale fatta di memoria, di lampi siderali, di ricordi altrui che riusciamo a vedere come fossero nostri. L’amore per me è amare oltre il bisogno d’amore, oltre ciò che desideriamo per noi stessi, oltre ciò di cui avremmo necessità, è amare tutte le età, molto prima di quando siamo arrivati, molto dopo essercene andati, è riuscire ad attraversare gli specchi, essere dall’altra parte delle fotografie a carezzare i riccioli biondi di una bambina sul balcone. E’ rimanere dentro a un vestito verde. Vedere con gli occhi di chi si ama, essere dentro, mangiare golosa le sue paure, fare calde coperte con le sue ombre.

Se non è questo, non è amore. Se può finire, se se ne fa a meno, non è amore, Se si deve spiegare, se si deve giustificare, se non si sa dove ogni singolo battito del cuore va a finire non è amore. Questo ho imparato a furia di novembre sovrapposti. Di onde alte dieci metri, di vuoti infiniti, di ricostruzioni, di demolizioni. Novembre abbi cura dei miei nervi scoperti.

(la foto Diane Arbus)

Ancora

Basta avere grandi vele per navigarsi dentro e mani che raccolgono piccole cose. Occhi capaci di vedere il buio. La cura dolce della voce. Non sarò mai capace di scendere dalla giostra, per sempre è tatuato sul cuore2018-10-28 18.49.59

Catullo parla di baci ma non ne ha provati di migliori.

E, D, A

stipeMi rigiro le parole tra le dita, rimando il momento in cui le vedrò sul foglio, le tengo sulla lingua come caramelle appiccicose, ma poi mi dico che siamo noi e quindi va bene tutto. E’ meraviglioso poter dire ancora noi. Casa nostra non era facile, non lo è mai stata. Anche quando tutto andava bene, era un bene in tecnicolor, era come guardare su un grande schermo qualcosa di troppo potente che di sicuro ci avrebbe ferito gli occhi, e alla fine ci ha ferito non solo quelli. A forza di raccontare, il tessuto del ricordo si è sfilacciato, è così liso che ci posso guardare attraverso e, dall’altra parte, io mi vedo appena, labile, insofferente, ma vedo voi, sempre. E talvolta voi aggiungete qualche dettaglio, qualcosa di meravigliosamente vivido, voi che c’eravate davvero, più di me, qualcosa che mi fa “vedere” ancora.  Vedere nella nostra cucina, sentire gli odori, tutti, uno dopo l’altro, la minestra, il  nonno, la polvere, i libri. Il blu del tavolo, le pentole sul bianco. Solo con voi sento che è esistito il nostro tempo più vero.  Nessuno di noi stava bene ma sotto il regime della nonna ognuno aveva l’amore necessario e non chiedeva altro. Io più di tutti, quel tempo è l’unico tempo in cui mi sono sentita amata nel modo giusto, nella giusta quantità, con l’amore che colava nei miei vuoti e li saziava. Senza di lei ho cominciato a mendicare, e continuo a farlo, a pensare che non vado abbastanza bene per essere amata, a cercare di esistere. Tutto il resto a casa nostra è stata una corsa pazza l’uno dentro l’altro, senza più nessun confine. Le nostre madri-bambine hanno mescolato tutto creando una pozione tossica ma potente, che ci ha aggrovigliato in modo indistricabile, ci tenevano appesi con degli elastici in mezzo alla schiena, al posto delle ali che ci sarebbero servite per trovare la nostra vita. Non possiamo farci niente. Il resto è sempre stato ricerca, di entrare nel nostro corpo prima e nella nostra anima poi, ognuno la sua, ma ancora oggi non è facile. L’amore che ho per voi, mi piega le spalle, se qualcosa non va io sento al posto vostro, nelle mie vene scorrete e io dove sono allora? Non lo saprò mai probabilmente, forse in quel vestito di lana verde della nonna che rimase appeso per anni in corridoio e in cui tenevo il naso nascosto per ore intere alla ricerca del suo odore, sempre più lontano. Sempre più lontano. I primi tempi mi pareva di sentirlo, davvero. Mi avete detto entrambi, a distanza di poco tempo l’uno dall’altra, che voi avete fatto tutto il possibile per rendermi visibile nella girandola assurda di casa nostra, che avreste voluto non essere sotto il riflettore che invece io desideravo tanto, senza nemmeno saperlo. Ed è vero. Per tante ragioni io l’ho sempre saputo. Per tante ragioni io sono immersa nel vostro modo di essere e di agire, incollata al vostro modo di interpretare la vita e non posso farne a meno, a volte il resto mi appare scialbo, privo di colore.Ho bisogno delle accelerazioni e delle esagerazioni che appartenevano al nostro maledetto clan, ai cambiamenti di rotta repentini. So che quella che avete dato a me è la parte migliore di voi, la più preziosa. A volte vorrei scappare e dimenticare tutto, il presente e il passato, essere una persona nuova, smetterla di sentirmi ospite ovunque, ma l’elastico al posto delle ali ce l’ho ancora e mi fa tornare da voi, sempre. Come unica cosa reale. Non importa quanto io vi veda o quanto tempo trascorra con voi, non conta niente, il tempo è scandito dai battiti di questi tre cuori fusi malamente, a caso, senza un progetto, senza un’idea. A volte penso alla metà di loro due che è ancora qua, quelle nostre mamme bambine che avrebbero dovuto insegnarci ad essere adulti, mi chiedo come faccia a sopportare di essere qua, nei suoi occhi liquidi mi perdo del tutto, mi smarrisco, la sua voce mi uccide, non posso sentirla parlare che mi si attorciglia la mente. Perchè nel colore della sua voce è tutto presente e tutto perduto. La amo da morire, chissà se lo sa. E l’ho anche odiata, ma senza crederci davvero, come la strega delle fiabe. A volte quando arrivano questi pensieri mi dico che niente ha senso e poi invece voi ci siete e siete il senso. Pescando a caso nel mazzo triste delle nostre esperienze non riesco a distinguere lucidamente i dolori miei da quelli vostri, ho custodito tutto, ho cercato di mettere tutto a posto, in fila, come da bambina facevo con i sassolini del mare. Ho cercato di darvi tutto quello di cui avevate bisogno, di farlo filtrare nei buchi, nei vuoti mostruosi del nostro essere, come faceva la nonna, ma io non sono lei. Occuparci di noi a volte è un grande lavoro, per anni ho pensato di esserne fuori, non tirava più l’elastico, e poi invece ho cominciato a scivolare, non c’è nessuna rete, non c’è il vestito verde di lana in cui mettere il naso e nascondere le lacrime, non esiste più il blu del tavolo, non c’è più niente. Solo voi a ricordarmi il principio e la fine. Il triplice cuore non mi appartiene, ho bisogno del vostro pezzo perchè anche il mio funzioni.

A Manu e Dany

(Nella foto Michael  Stipe)