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Novembre

Domani sarà novembre.

Speriamo che tenga la bocca chiusa, che nei suoi fanoni non passino vite, non rigurgiti lacrime. Stamattina era nebbia ovunque, ho scattato una foto, sembrava in bianco e nero, semplicemente la nebbia aveva annullato i colori. La nebbia ha ancora sapore di casa. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato la mia città, di andarci da sola, di passaggio, una forestiera dal passo veloce, nella mia città da qualche parte c’è ancora una casa che conosco che sicuramente si ricorderà di me, nei muri ristagnano gli umori, quella casa è lì e in qualche modo mi aspetta. Ma la vera casa è appena fuori, al di là del torrente, la vera casa è vicino alla ferrovia e ha un lungo muro cieco su cui battere i pugni. La vera casa è piena di marmi bianchi e di lettere d’ottone, ha un odore nauseante di fiori vecchi, in quella casa, ad un’ora precisa, si accendono lumini rossi e non correre gioia, non cadere, non si cade al Cimitero. La voce di mia nonna mi rincorre ovunque e mi rimbalzano sul cuore le sue risate gocciolanti. Tutto questo ho veduto con gli occhi chiusi, ho toccato con le mani strette in grembo mentre non cedevo alla tentazione di andare. Stavolta non cedevo. La mia strada di nebbia mi ha riavvolta alla vita presente, al calore delle braccia vive, non sono più lì.

Non sono più lì.

Non. Sono. Più.Lì.

Minuetto

schiele

Distesa sulla schiena guardava il mare riflesso sul soffitto. Un corpo, il suo, nodoso nelle ossa, dalle pose scomode, teso come quello di un fachiro. Parlava a se stessa la sua lunga storia, raccontava con gli occhi leggendo frasi immaginarie perse in alto, vicino al lampadario, negli angoli dei muri.

Lui rannicchiato in fondo al letto la guardava.

La mano di lui la teneva per la caviglia, una presa stretta, una morsa che la inchiodava a quel momento, un filo invisibile che le impediva di volare dalla finestra come un incauto palloncino. L’unico contatto.

Lei parlava, lui raccoglieva e riannodava e dava un senso millenario a quanto stava accadendo.

“Ecco”, lei diceva, “tu sei per me branchia, sei baccello in cui pensarmi perfettamente intatta, ed è la tua bocca che mi tiene davvero non quella mano che mi costringe, non il tuo essere tutto, specchio e riflesso, madre e figlio, ma la tua bocca. Nella tua bocca io ci metterei di tutto, lascerei correre radici, la tua bocca che si spalanca e mi accoglie per intero, ci vedrei trascorrere le stagioni, mi ci vedo morta immobile e bianca e rinascere feto dalle palpebre trasparenti. Ogni volta è il rifugio, la casa che non può crollare, quando tutto so che può crollare. Tienila su di me,schiacciami, accartocciami, scioglimi con dolcezza in un angolo della tua bocca, inventami contorni nuovi e nudi, fa che io mi possa vedere. Lui prese a cullarla, da lontano, dal fondo del letto, la ninnava per la caviglia mormorando una canzone inventata sul momento. Fuori intanto era venuto giorno e poi notte e poi di nuovo giorno, dalla bocca di lui simili a grani di rosario scivolavano piccole note sussurrate. Lei ancora si contorceva guardando il soffitto, ma le sue spalle sussultavano più piano, il rumore nella sua testa era ormai simile a un’onda di risacca.

Digressione

Il nonno

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Mio nonno si chiamava Romolo.

Non diceva mai una parola più del necessario, non sprecava mai un sorriso a vanvera, ma a me sorrideva abbastanza spesso. Era burbero e scostante con tutti, ma non con me, e mi chiamava Coccolino.

Mio nonno era minuscolo ma aveva braccia forti e nervose con cui mi stringeva e mi lanciava il alto. Mio nonno leggeva tutto il giorno, era appassionato di storia moderna e di lirica, anche se a scuola aveva fatto solo fino alla sesta, una volta c’era la sesta. Leggeva di tutto con i suoi occhiali da presbite neri, in mancanza d’altro anche gli opuscoli dei testimoni di Geova e i fotoromanzi degli anni ’70. Mio nonno morì nell’unico pomeriggio che non passai con lui, in modo improvviso e sconvolgente, per anni non riuscii a mettere piede nella sua camera che fino a quel momento era stata il mio rifugio nei momenti tristi. Mio nonno aveva sempre freddo e andare a dormire con lui voleva dire stare sotto decine di coperte. Mio nonno prendeva molti caffè, l’ultimo glielo portavo io poco prima che dormisse. Gli ultimi due anni della sua vita li passò chiusi nel dolore assurdo della vedovanza tardiva e smise di parlare quel poco che parlava, e la sua mente un po’ vaneggiava persa in labirinti misteriosi. Ma di me continuava a fidarsi.

Da grande ho conosciuto il suo lato più oscuro, mi è stato raccontato, ma i suoi stessi difetti li trovo in me e quindi non mi fanno paura. Ero una bambina certo, ma una bambina storta e nodosa e ricordo tutto il bene che mi ha dato, in minuscoli dettagli,  il tempo passato nella sua grande casa era perfetto e ogni attimo ora mi pare eterno. Al nonno penso molto spesso e il suo ricordo è una tana calda in cui nascondermi al mondo ogni volta che ne ho voglia, per questo lo ringrazio. Certo però vorrei sapere dove diavolo si è cacciato Coccolino, perchè da molti anni non riesco più a trovarlo..

Digressione

un giorno come tanti altri. giorno qualunque.

Cara Mamma, ma lo sai quanto mi manchi? Ancora e ancora e ancora e ancora. Non finirà mai questo bisogno, questa alienazione da senso di non-appartenenza. A niente. Questo sentirmi sempre fuori, a guardare tutto dal bordo, in bilico sui piedi, dai vetri.

Sto ancora aspettando di sbocciare e sto già avvizzendo.

Sto aspettando di appartenermi in qualche modo, di piacermi, dimmelo tu perchè, mi hai insegnato ad essere sempre ospite, a vivere in perenne desiderio, a contemplare una lontana vigilia che mai è diventata Giorno.

Perchè non sei stata mai mia? Vorrei avere ancora tutto da scrivere, dal principio, essere ancora lì e avere il tempo di dirti tutto, avere tempo perchè le mie cellule si specializzino, che imparino ad amare nel modo giusto.

Vorrei svegliarmi un mattino e poter tornare a casa, trovarti lì per me soltanto, dirti che questo mio essere divorante mi ha fatto solo male, e rifare tutto dal principio con calma e consiglio. Conoscere il tuo corpo per accettare il mio, conservare la tua voce nelle mie mani a coppa per poter finalmente parlare anch’io. E solo dopo uscire nel mondo sicura dei miei passi, conoscendo le mie strutture e i miei confini.

Sono nata per essere ombra invece, e urlare dal mio posto per terra, un’ombra con la bocca spalancata da cui non esce niente.

Non ero pronta Mamma quando te ne sei andata, ero nel bel mezzo della mia guerra, a combattere sempre per qualcosa che avrebbe dovuto essere mio comunque e che invece ogni giorno cercavo ovunque. Facendo sempre il doppio della fatica di chiunque altro anche solo per guardarmi allo specchio e respirare.

E adesso sono quasi vecchia e non ho ancora vissuto, non sono stata bella come avrei voluto, non sono stata amata come avrei voluto e per me non esiste rifugio.

Mi sembra che forse ora avrei qualcosa da offrirti, che potrei piacerti come tu mi piacevi, nessuno sai ti capiva come me e come me ti ha regalato il cuore. Ma questo ormai non importa ed è solo illusione. Il bisogno di madre segna per sempre come un marchio a fuoco sulla pelle, non ho masi cercato altro che di completare quel mosaico di noi che tu hai interrotto portandoti via le tessere rimaste.

Incompleta sempre e spaccata, con la mente molle. In fuga, con la testa annegata nel passato e i piedi in un presente immobile. Dimmelo tu come sopravvivere a queste sensazioni annichilenti, dimmi dove l’hai lasciato il mio cuore in pegno, io a volte non so chi sono e nel dubbio continuo ad aspettare.

(il quadro: Chaim Soutine, Maternità)Immagine

Digressione

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E così vorresti fare lo scrittore?

E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento

le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.

non c’è altro modo
e non c’è mai stato.

La finestra

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Mi ricordo quando lui nacque, ricordo che misero sulla sua porta un enorme fiocco azzurro di tulle, ricordo che faceva un freddo eccezionale, ne parlavano tutti, nessuno ricordava un freddo simile, dovevo coprirmi molto bene per andare a scuola e pensavo a quanto stava bene lui nella sua culla. Era gennaio, sfolgorante di gelo, col vento laterale che sbatteva contro le porte e la strada lucida, di specchio.

Al pomeriggio rimanevo per ore davanti alla mia finestra a guardare la gente camminare per la via, e poi guardavo verso casa sua proprio di fronte, osservavo i movimenti al suo interno, quando sua madre lo cullava e poi si sedeva vicino a una lampada, per allattarlo.

Non so perchè lo facessi, forse semplicemente era ciò che vedevo, o perchè non avevo nulla di meglio da fare, non me lo sono mai chiesto, lasciavo che il mio sguardo vagasse in casa sua.

Un giorno la sua testolina bionda comparve davanti ai vetri, poco più alta del davanzale, istintivamente gli rivolsi un sorriso ma lui non lo ricambiò, fuori faceva di nuovo freddo, mi sentii attraversare dai brividi. Da quel giorno appena poteva anche lui si affacciava alla finestra e rimaneva a guardarmi, in punta di piedi, con una pazienza insospettabile in un bambino così piccolo. Se non ero lì davanti escogitava sempre nuove idee per farmi accorrere, o almeno questa era la mia impressione mentre magari lo faceva solo per scacciare la noia degli interminabili pomeriggi che incombevano sulla nostra città di provincia, pesanti come piombo. A volte accendeva contemporaneamente tutte le luci della sua casa, o altre volte improvvisamente le spegneva, oppure apriva tutti i rubinetti e lo scrosciare dell’acqua mi faceva alzare gli occhi dal libro e guardare verso di lui ed eccolo, dritto come un soldatino, il ciuffo di capelli sugli occhi, a fissarmi.

Quando ci incrociavamo per strada distoglieva lo sguardo, se le nostre madri si fermavano a scambiare un saluto lui tirava la sua per la mano per proseguire il cammino, sfuggiva, sembrava avere un progetto tutto suo nella testa che io molto più grande non capivo, lui, che quasi non sapeva ancora parlare.

Non abbiamo mai parlato ed ora che è passato tanto tempo, ho dimenticato anche il suo nome.

Nel frattempo passarono molti inverni e noi crescemmo in direzioni diverse, io non ero più una bambina ma una ragazza distratta dall’amore e lui un bambino pallido e magro, con la pelle trasparente. Sempre più spesso mi dimenticavo di guardare verso la sua finestra, ignoravo il suo gioco delle luci e quando alla sera chiudevo le imposte, incrociavo il suo sguardo deluso, tagliente, gli occhi ridotti a due fessure impenetrabili.

Per attirare nuova attenzione verso la sua finestra cominciò a fare giochi pericolosi, un giorno lo vidi in piedi su uno sgabello, si dondolava, dapprima lentamente poi sempre più veloce, forse fu solo una mia impressione ma mi sembrò di vedere un lampo bianco dei suoi denti, uno squarcio di sorriso prima di cadere a terra. Mi alzai di scatto e corsi alla finestra, ma lui era di nuovo in piedi, non ero certa che si fosse fatto male. Il giorno dopo era in punta di piedi su una sedia, prolungava e diluiva il suo essere in bilico, e poi se la lasciò scappare da sotto, il colpo sul pavimento si sentì benissimo da casa mia. Vidi sua madre accorrere, prenderlo in braccio, asciugare le sue lacrime mentre lui guardava verso di me.

Ogni giorno pensava a un modo nuovo per cadere e quando lo incrociavo per strada e le nostre madri si fermavano a parlare, lui non sfuggiva più ma esibiva vistose fasciature, mia madre si informava della sua salute, lo vezzeggiava. Io non gli dicevo niente. Mi irritava la sua sicurezza, il modo in cui sfodereva la sua andatura claudicante e il nuovo modo lancinante in cui mi sorrideva.

Ero di nuovo costretta a guardarlo ogni giorno, sempre davanti alla finestra, non potevo essere sicura che uscisse indenne dalle sue cadute. Mi faceva paura il modo in cui trattava il suo corpo, pensava che nulla potesse infrangerlo, sbatteva le sue ossa sul pavimento come se non gli appartenessero, per fare più male a me di quanto ne ricevesse lui stesso. I lividi non riuscivano mai a riassorbirsi del tutto, i suoi occhi erano sempre più cerchiati, lo sguardo più pesante.

Era di nuovo gennaio, quel giorno stavo guardando la sera scendere sulla strada, la fronte appoggiata sul vetro freddo, la luce aranciata dei lampioni. Lui serio stava in piedi davanti alla sua finestra, notai quanto fosse cresciuto. Per un lungo attimo i nostri occhi rimasero fissi gli uni dentro gli altri, poi lui salì sul davanzale, prima con le ginocchia e poi dritto in piedi contro il vetro, si teneva con le mani. Io spalancai la bocca ma non mi uscì alcun suono, strinsi forte i pugni fino a vedere il bianco delle nocche in trasparenza. Trattenni il fiato. Poi lui chiuse gli occhi e si lasciò cadere indietro verso il centro della sua stanza, senza appigli, mulinò le braccia nell’aria come quando si fa l’angelo nella neve, mi sembrò che il tempo non avesse più spessore, mi sentii invecchiare prima che il suo corpo atterrasse sul pavimento, riuscii a sentire la testa che picchiava forte, conoscevo il fragore delle sue ossa. Sua madre staranamente non accorreva.

Mi precipitai dalle scale divorando gli scalini, attraversai la strada che separava le nostre case più in fretta che potevo e corsi nella sua stanza. Lui era sul pavimento, immobile, sentii un pianto scabro salirmi da dentro, stava per distruggere e trascinarsi via le mie barriere e la paura impalpabile che avevo sempre avuto di lui, mi inginocchiai vicino al suo corpo e per la prima volta lo toccai. Mi sembrò freddo.

Tenni la sua testa contro il petto e lo cullai come avevo visto fare tante volta da sua madre quando eraq piccolo. Nessuno arrivava, il cuore mi martellava nel petto.

D’improvviso lui spalancò gli occhi e si ammorbidì, mi sembrò che assecondasse il movimento del mio abbraccio ma nello stesso tempo sorrideva di scherno e in fondo ai suoi occhi danzavano ombre cattive. Si rialzò. E mi diede le spalle. Si mise a guardare la mia finestra.

Non si era fatto niente.

Corsi via, mi sentivo ferita, umiliata, precipitata fuori da me stessa, volevo solo essere risucchiata indietro, tornare nel ventre caldo di casa mia.

Chiusi la finestra che dava sulla strada e chiesi a mia madre che mettesse delle tende pesanti, scure.

Quando provai a riaprirla erano passati molti anni, smisi anche di contarli, tutto era cambiato dentro e fuori casa mia, c’erano nuovi negozi per la via, meno bambini che giocavano, qualche donna velata, il suo palazzo era stato abbattuto ed al suo posto si vedeva solo il cielo, freddo e biancolatte come l’ho sempre ricordato ma che immediatamente mi fece tornare alla mente il suo sguardo.

 

(il quadro “Ragazza che legge una lettera” di Jan Vermeer)

Dedicato a Chicco perchè la sua esistenza è sempre fonte di ispirazione.

Fa molto Titanic. L'iceberg contro cui ha cozzato il mondo dei blog è facebook dove non si dice niente di niente. Forse la realtà dei fatti è che non abbiamo più molto da dire se preferiamo andare a fare i cazzoni con i link della buonanotte e del buongiorno. Quindi addio splinder, non so se aprirò da un'altra parte.
Tanto la maggior parte di chi seguivo ha già chiuso da tempo, di altri avrò sempre i contatti.
A chi interessa e non ce l'ha la mia mail: Zygadena@hotmail.it
mani man vi venisse da scrivermi.

Ciao, ciao Simone, e ciao a chi mi ha letto per 5 anni e passa, che di storia sotto i ponti ne è passata tanta.

Salut