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Profondamente

Chiudo gli occhi a chiave per non vedere il marcio del sangue ma solo percepire il trascorrere le vene e il suo potente vorticare che mi ancora a terra con potentissime radici, come un gelso. So di  dolce e di ferro e dentro di me riesco a trovare tutto, mescolo insieme tutto l’amore forte che sento ed è una colla potente che attira e imprigiona.  “Per sempre” non sono solo parole ma è il filo della mia collana, acciaio levigato da lacrime e risate.  Oggi mi amo,  per la forza enorme che sento in me che è energia travolgente che si fa ascoltare , per la pazienza che fa culla del perdono e che mi innamora ancora il cuore. La mia natura stratificata e multiforme che mi fa essere fragile a volte e tenace come edera,  amo questa me stessa e voglio che sia amata. Le braccia forti di cui si ha bisogno,  sono le mie.

Il quadro : Magritte

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La giostra

1987Questi sono i giorni della giostra,  a volte sono io l’ingranaggio vorticante che muove tutto troppo forte, a volte sono il bambino con gli occhi impauriti ma il sorriso delle feste stampato sul volto cereo che tenta di non cadere e saluta con la manina.  La giostra del passato pazzo che mi lusinga con occhi grigi e ossa fragili, folle d’amore torno indietro a riprendere briciole di sentimenti invecchiati e incupiti, come un Pollicino sperduto. Me li metto sulla lingua e sento il gusto del veleno ma spero anche stavolta  di poterlo sopportare, così come si pensa sempre di acciuffare “il codino”.  La giostra delle parole sussurrate, dei sospiri che mi tengono in vita, e poi dei discorsi che mi cadono addosso come grandine violenta ma che alla fine, finisce per sciogliersi, e mi lascia fradicia e gelata fino alle ossa. Tremo le mie lacrime annegandomi piano, aspetto.  Sulla giostra si alternano i cavalli bianchi e quelli neri ed è nausea e paesaggio che scorre rapido.  Gli occhi vostri mi fregano sempre, e baciare ancora una volta i miei ricordi significa aver cura di me, della mia parte migliore, anche fosse solo per un giorno. Mi gira la testa e domani sarò di nuovo lì tra le tue braccia sorelle, e mi batte il cuore per il mio stesso coraggio e la mia grande voglia d’amore, ogni volta a ricominciare dall’inizio e vedere sempre e solo il buono e perdonare tutto il dolore. Ogni volta che la giostra si ferma si scende e sembra di dover cadere, le gambe quasi cedono, la musica assordante pulsa nel petto come un secondo cuore, si è stati malissimo e l’anima traballa il suo sconcerto.  Eppure già la giostraia con il suo rossetto rosso ci offre un altro giro con il suo sorriso ammiccante e noi abbiamo già il piede pronto a risalire.

(Foto mia)

 

 

 

 

 

Sabbia e io

Amo ogni granello di sabbia proprio perché so che chiudendo un po’ più forte le dita può rimanere  niente, solo un’ impronta più chiara sulla pelle. Ho paura di perdere, non so ignorare la paura, perdere la grazia dei sogni,  del camminare sui fili invisibili di mille discorsi, senza rete. Cerco di tirare fuori da me stessa tutta la delicatezza di cui sono capace per proteggere le bolle colorate azzurre, per proteggere il mio cuore di calce e il tuo. Ma tremo. Tremo mentre cerco nel cuscino le storie adatte, tremo di essere vecchia e sola pur tra tanta gente. Tiro fuori la luce chiara degli occhi per accarezzare, tiro fuori la voce più profonda di cui sono capace per non fare alcun male. Ma tremo. Ho paura di dover accantonare la vita che mi scorre dentro ancora una volta e ridurmi in cenere. 2018-07-31 20.49.07

Camminando

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La strada guarda i miei passi,  uno dietro l’altro,  inesorabili, necessari. I piedi si rincorrono veloci,  il fiato tiene sempre di più,  la salita è infinita mentre il cuore accelera leggermente ed è bello da sentire nella gabbia del petto . Quanta strada ho fatto su queste colline?  Quanti chili ho lasciato indietro sciolti di fatica? Un momento tutto mio finalmente,  la testa in libertà,  camminando penso tante cose,  ripasso le parole, afferro i sogni per le briglie  li bacio piano e poi li lascio andare, perché i sogni non hanno bisogno di briglie.  Lancio preghiere in mezzo agli alberi, guardo orizzonti stratificati, nubi bianche. Mi guardo i piedi ancora,  dentro di me i mille rumori del bosco, fiori celesti. Gocce di sudore per le zanzare, strada da conquistare un pezzo alla volta, rami di nocciolo. Ogni giorno scappo nei boschi per affondare nei miei pensieri,  per scriverli a caratteri cubitali nel cielo e potermeli godere. Qualcosa di mio appena fuori dal cancello, appena voltato le spalle ecco che divento io.

tre

Grazie a volte è una parola che acquista significati speciali. A volte possiede echi che mettono radici. Da dietro uno schermo prendo il coraggio per aprire il cuore al passato tiranno, con una tastiera sotto le dita scrivo i ricordi che possediamo in tre e li distribuisco a loro, tirandoli fuori come assi nella manica di un giocatore professionista. Non c’è niente che io voglia ottenere, forse solo essere vista attraverso i loro occhi, o che i loro occhi per un momento vedano me come io vedo loro. Grazie. Che suono dolce. Parole che mai avrei avuto la forza di pronunciare escono blu, grigie, nere e allagano d’amore, non importa le chiuse che troveranno, non importa gli argini scoscesi, io le lascio scorrere, magari tra le mie righe loro due si incontreranno, potranno sorridersi e perdonarsi. Non so bene il perchè io non riesca ad andare per la mia strada, perchè stia a contemplarmi le spalle, perchè la mia strada rimanga la loro . Tutto ciò ha lo stesso valore che aveva per nonna parlare alle foto sbiadite di persone che non ricordava nemmeno ma che costituivano ugualmente la sua pelle e le sue ossa, mi sento fulcro, perno su cui ruotare nella girandola caleidoscopica di tutto ciò che ci costituisce e perciò invisibile, dimenticabile, l’ingranaggio che tiene in piedi il meccanismo, che si può benissimo dimenticare di oliare ma con grande fatica, cigolando orribilmente combatte da solo la guerra contro la sua ruggine e gira lo stesso. Gira lo stesso.

Grazie è un insulto quasi, dove sei? Che dici grazie del mio cuore dato in pasto, in sacrificio per voi, perchè esistiate con un barlume di purezza ancora, grazie? Di tutto ciò che mi avete tolto, che non mi avete dato, di tutti i giorni che mi avete costretto a stare senza di voi e a vivere a prestito una vita che senza di voi io sento mia solo a metà. Grazie. E’ meglio di niente però, sei letterine innocenti che vengono comunque dalle tue dita. Va bene così, non mi fa difetto la tenacia e ora quasi quasi infilo il naso nell’armadio per sentire il tuo odore, che negli anni è diventato anche il mio, sovrapporsi assurdo di dettagli che solo io percepisco ancora.

Per M., mia.

Cipolla bambina

La bambina è finalmente tornata da scuola. Ha fatto a piedi diversi isolati, chiusa nel cappotto guardandosi ostinatamente i piedi, cupa, pensierosa, un passo dietro l’altro cercando di schivare le righe sulle lastre del marciapiede. A casa l’aspetta la mamma, le scaraventa un bacio sulla guancia che odora di freddo, la bambina lo accoglie mentre si scrolla dalle spalle l’umido di novembre. Ha due treccine esili di un castano sfuggente e occhi azzurri grandi e intelligenti. Non si sono ancora dette una parola. Il corridoio, sempre in agguato dietro tutte le porte, è un canale di buio che attutisce i sentimenti. Improvvisamente la bambina getta le braccia al collo della mamma, nasconde il viso nell’incavo della spalla e inspira l’odore di casa, fatto di niente, di tutte le cose buone, a volte solo immaginate ma che rimangono così, a fior di pelle.

L’abbraccio è stretto stretto, è un momento di quelli in cui si scambiano particelle d’amore, guizzanti e veloci come pesciolini elettrici, poi la bambina guarda la mamma e le dice: “Ho freddo”. Si toglie velocemente gli abiti che ha usato a scuola, rigidi e con un vago odore di matita temperata, e la mamma pazientemente la riveste con gli abiti di casa. Strati su strati di calore sulla pelle, per proteggere la sua bambina, strati di stoffe diverse gli uni sugli altri come i petali delle cipolle, ad ogni strato la mamma offre un bacio e una carezza sui capelli, per mandare via la paura del mondo fuori, per cancellare l’orribile bianco del cielo, lasciarlo al di là dei loro quattro muri. Ovviamente nulla di tutto ciò è necessario, ma perché non farlo? Perché non prolungare quell’ indefinito palpito del cuore che faceva pulsare le loro anime all’unisono, perché non fare tiro alla fune con il loro cordone ombelicale, perché lasciarsi andare? La mamma si intenerisce. Strato su strato, cipolla bambina le arrossa gli occhi di pianto, lacrime assurde le pungono le palpebre, per il passato acre che ormai le si intravede nelle rughe, per i suoi stessi gesti eterni che però mai nessuno le ha rivolto. Quando la vestizione è terminata cipolla bambina e la mamma si guardano allo specchio, un istante lungo e sospeso, in attesa di una cosa qualunque, poi scoppiano a ridere vedendo i loro lineamenti sovrapposti e poi se ne vanno, ognuna alle sue occupazioni. E come sempre il pomeriggio diventa uno spazio  che rimbomba vuoto.

Dedicato a Emma senpre