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Prigionieri

20171020_080252Rettangoli di biancocielo imprigionati dai fili dei tram, le sagome dei palazzi che emergono improvvisi come ritagli di cartone da una nebbia inaspettata, le luci dei fari, frecce intermittenti, semafori che come occhi mi fissano attoniti rossi per aver troppo pianto. Le foglie cadute scricchiolanti intorno al loro stesso esile scheletro. Le mie mani. Magre. Il mio viso che appare e scompare nella mia memoria, prima, dopo, mai. Quando? Io, nel dubbio tra esistere e sopravvivere, nel non sapere mai chi aspettarmi quando mi guardo allo specchio, scelgo di scrivere. Sia che tutto diventi rosso per troppo amore o timidezza, sia che diventi nero di dolore rauco, io posso, devo, scrivere. Per sopportarmi. Oggi è il momento presente, piccolo, in mezzo a immensi detriti di giorni, mi aggrappo a me stessa per non schiantarmi dentro, mi sono sempre tenuta stretta, malgrado tutto, è così che deve essere, ma ogni volta che scivolo, le mie unghie incidono la consistenza del cuore. Quante smagliature anima di vetro. Quanta salita per essere sempre al solito punto. Nei miei occhi vedo sempre i soliti mucchi di neve sporca.

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Luisa

Ah Luisa, ma ti ricordi com’era Asti quel giorno, appena fuori dai muri della scuola? Asti che si aggrappava ai nostri piedi come pece, sotto un cielo del tutto bianco. Tu arrivavi da Torino, e questo faceva la differenza. Un anno solo e sei tornata in città, lasciandomi lì, in tutto quel bianco. Ah Luisa ma ti ricordi, tutti stipati in quel cortile quadrato, prima media, incertezza e terrore sui volti di tutti, ad aspettare che il destino ci chiamasse, alla fine, nella stessa classe. Cinquecento cuori che battono tutti insieme ne fanno del rumore..Ti ho vista subito. Ti credevo un ragazzo. Il piu’ bel ragazzo, così diverso dagli altri, in quel cortile: capelli biondo cenere e la camicia dal taglio maschile, un gilet rosso. Luisa, quella prima impressione non mi ha lasciato mai.Ah Luisa, ma ti ricordi com’ero bella quel giorno? Gli ultimi momenti felici li avevo lasciati a casa, com’ero bella mentre guardavo il mondo da dietro i miei lunghi capelli d’alga, prima che cominciasse la lunga metamorfosi e mi trasformassi nel nemico da odiare. Nella stessa classe, quando ci siamo strette la mano, una punta di disagio mi è rimasta nella gola sentendo il tuo nome, eri Luisa e non il principe azzurro venuto a salvarmi dai gangli orrendi della solitudine. Ah Luisa, non importa, mi piacevi anche così, la tua pelle trasparente e la tua voce ferma, quando parlavi del violino che ora è diventato la tua strada. Ah Luisa, ti ricordi il mio corpo che cambiava? Ma tu dov’eri quando ho perso il controllo e spaccato tutti gli specchi che avevo dentro? Luisa, un incrocio del destino davvero prezioso, uno dei più belli tra quelli coltivati nell’orticello dei ricordi. Perchè io non dimentico mai nulla, neanche quando mi sforzo, figurati te che ho sempre desiderato ricordare. Ed ora so che anche tu hai nella mente l’immagine di una me smarrita nel passato, e so che abiti vicino a me e ti ho percepito tra le righe delicata e diafana come allora. Pensare che magari ti vedrò e potrò sovrapporre l’aspetto, la voce e il viso di una donna come me a quel ragazzino strano mi fa paura e uno sgomento dolce, guardando te spero di ritrovare quella me, molto prima che si frantumasse nella sua grande tristezza. Vorrei tanto spiare attraverso i miei capelli d’alga e rivedere gli occhi che avevamo allora.

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La strada

20170210_080246.jpgLa strada che porta a me molte volte l’ho smarrita.  Quadretti fatti a mosaico ricordano le tappe, come le vie crucis qualunque nelle cappelle degli ospedali.  Ad ogni fermata un pezzo di me si è incagliato, ogni volta, nonna, mamma, adolescenza squarciata,  cristalli rotti, amore a perdere. La strada che porta a me ha milioni di curve imbevute di nebbia, grandi zone d’ombra in cui rimane in volo la voce di mio padre e i suoi occhi screziati. La strada di notte è senza stelle, senza sassolini nelle tasche a ritrovarla, è andare alla cieca per trovare un centro inesistente.  Ora c’è bisogno di pioggia per specchiarsi all’indietro e vedersi piccoli e ancora belli. C’è bisogno di un uncino da piantare nella luna che smetta di sorridere sghemba lassù nel cielo.  Pioggia che bagni gli occhi ed i capelli.  Pioggia di coriandoli colorati che sciolga le redini del cuore.

Armando

Alto alto e dinoccolato, gli occhi molto azzurri e la parlata con le vocali un po’ cantilenanti tipiche dei miei posti, Armando è un signore garbato e malinconico. Quando lo incontro mi chiama sempre per nome e mi saluta con entusiasmo, mi bacia sempre alle feste comandate contento di un fugace contatto. Col tempo, storie di dolore ci hanno avvicinato, la perdita dei suoi e dei miei genitori, parlare dei loro acciacchi e di come sia triste non averli più vicino. Armando ha sessant’anni ma in questa cosa sembra ancora un po’ bambino, per me ha sempre una parola gentile, è bello parlare con lui.

Lo scorso anno ci siamo incontrati ad una festa di colleghe e lui, con i jeans un po’ larghi e la camicia a quadretti, dondolava timidamente a una musica lontana, mi sono avvicinata e abbiamo cominciato a parlare, del fiume lì vicino, delle zanzare e della calura e poi gli ho chiesto come mai lui che è un bell’uomo e così cortese non avesse una morosa che gli voglia bene. E lui si è chinato verso il mio orecchio con fare cospiratore e mi ha detto che un tempo era fidanzato. Gliho chiesto i dettagli, per me sempre così importanti. E lui mi ha descritto una ragazza con i capelli lunghi lunghi e castani, uno sguardo dolce e innamorato, la purezza del cuore custodita in una camicetta ricamata. “Avevamo 17 anni, ma poi lei mi ha lasciato per uno più maturo e capace”, mi ha detto Armando con occhi così brillanti che facevano invidia alla luna. Gli ho stretto il braccio con vera amicizia, ho capito, davvero. L’amore non ha età, non finisce mai perché  non ha inizio nè fine si può solo, per un certo momento, cavalcarlo come fosse una coda di cometa. Ognuno poi è tornato a casa, con le spalle strette nella brezza che veniva su dalla gola del fiume, attraverso mille ponti illuminati, Armando con le mani intrecciate dietro la schiena, il passo ciondolante e io che, ancora una volta, sono stata dai vetri a guardare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando lei lo chiama

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Lei nel taschino della camicia conserva molte cose. Ologrammi di ricordi più sbiaditi dei suoi occhi quando guardano in uno specchio. C’è il diamante d’oro, c’è una biglia che ha i colori dei suoi fiumi, c’è la voce di lui che le parla all’orecchio. Che le parla. Che le parla. Da sempre.

“Abbiamo scherzato?”

Ora che le foglie appaiono sui rami imbellettate di rosso per beffare la loro stessa morte imminente, ora che il peso di molte stagioni amare si fa sentire sulle spalle.

“Abbiamo scherzato?”

Muovendosi attraverso i sogni come spettri notturni, piccole bambole di cartone come quelle con cui giocavano da piccoli. Ogni volta che lei dice il suo nome invoca il perdono dell’amore, apre se stessa all’incanto. Lo dice per invitarlo a guardarle dentro, anche se dentro è molto buio e scivoloso da percorrere. Le piace il suono, le piace vedere le lettere in fila su fondo bianco.

“Abbiamo scherzato?”

A offrire il fianco senza paura o vergogna, ora lei teme le scale, teme di non essere sullo stesso scalino, quando dice il suo nome è per guardarlo davvero, per sapere esattamente dov’è e spera sempre che sia al suo fianco.

Con le carte da gioco è difficile costruire castelli, con il cuore spezzato è difficile pronunciare parole d’amore che al mattino suonino ancora vere e regalino consolazione. Quando lei dice il suo nome è per rassicurarsi che sia tutto vero, che il suo cuore buono le appartenga, in questo momento, senza guardare troppo indietro, senza guardare per niente avanti. Dal taschino arriva un calore che va dritto al cuore ma lei sa che deve aver fiducia in se stessa e non solo in lui, che a nessuno bisogna delegare la propria cura per non rimanere nudi e indifesi in un lago di nebbia.

Quando lei dice il suo nome è per ricordargli che la porta è aperta ma che, attraverso , passano i vapori del fiume e ricamano di calce le pareti del suo cuore.

A volte i coriandoli

La stazione con i suoi marmi, gli archi colorati e migliaia di vetri diversi la inghiotte in un secondo, si prende il suo fiato corto e il suo passo veloce, ma incerto. Si ferma ogni pochi istanti ad ascoltare l’eco dei passi perduti di tutta la gente che è passata di lì. E’ arrivata molto presto, ha paura del ritardo, di perdersi qualcosa di importante arrivando un attimo dopo quando ormai è già successo e non potrà più tornare indietro, qualsiasi cosa sia. Ecco, specialmente oggi. Esce sul binario, il buio è pronto ad aspettarla, è più scuro del solito a confronto delle luci della città tutto intorno. L’umido rende lucente il selciato, questo è bello, le piace, fa pensare al luccichio di alcuni occhi .Si siede sulla panca di pietra ma presto il freddo le taglia il respiro raggiungendola in tutti gli angoli del suo corpo, allora cammina guardando il cielo di novembre. E’ quell’ora del giorno in cui scende la nebbia, in un primo momento sono solo dei fili sparsi, lucenti come zucchero filato o bava di ragno, a seconda se la si guarda felici o disperati e poi incredibilmente comincia ad attecchire a tutte le superfici, rimane attaccata ai piedi, ai muri, rimane sospesa tra te e tutto il resto. Ecco, la nebbia se la aspettava. Finalmente il treno arriva, dapprima è solo il fischio lontano, poi la nebbia si squarcia e lascia avvicinare il suo muso rosso, lei non poteva perdersi il momento in cui le sfilano davanti agli occhi i finestrini illuminati mentre lei è ancora di sfondo, a guardia del buio. Naturalmente non si aspetta di vederlo lì, dalla banchina, ma sa che lui è lì, che il treno l’ha custodito. Si aprono le porte e la gente comincia a scendere e lei è talmente felice che guarda tutti, si immagina le loro vite cariche di bagagli e di storie, mentre ha la testa voltata a seguire una bambina con un cappotto rosso lui le è vicino e la chiama. In quel momento lei per un secondo va in frantumi, mille pezzi di se stessa sparpagliati nella nebbia, ma è solo un attimo e poi lui la prende tra le braccia e la stringe forte. Allora tutto gira, come su una giostra colorata, non dicono neanche una parola, le parole ormai hanno fatto stalattiti sui loro soffitti, hanno riempito gli armadi e stipato i cassetti. Ora lui è lì. Si tengono per mano ma non si guardano che di sfuggita, sguardi laterali rubati agli incroci, camminano veloci per vincere il freddo e raggiungere il posto dove finalmente chiudere fuori il mondo. Una porta, una chiave, la mano di lei trema forte, sarà lui ad aprire e lei ride un po’ ,di un imbarazzo sottile. Dentro c’è una scala ripida, odore di umido scivola sui muri e corre loro incontro, luce di strada penetra dalle lunghe finestre dei pianerottoli. Si affacciano sui ballatoi ad ogni piano, guardano la città sempre più lontana, i rumori ovattati, lei si appoggia contro di lui, ad entrambi scappa un sospiro breve, lacerato. La fa girare e la bacia di un bacio che sembra di carta, scricchiolano i pensieri mentre frana il tempo e se li porta via, non riescono più a salire, ogni due scalini si baciano e ad ogni scalino è un bacio diverso, il secondo è profondo e caldo, sa di vento e di lungo viaggio, il terzo è pieno di carezze, mentre le mani si infilano tra  i capelli. Poi smettono di contarli e salgono le scale intrecciati.

Novembre

Domani sarà novembre.

Speriamo che tenga la bocca chiusa, che nei suoi fanoni non passino vite, non rigurgiti lacrime. Stamattina era nebbia ovunque, ho scattato una foto, sembrava in bianco e nero, semplicemente la nebbia aveva annullato i colori. La nebbia ha ancora sapore di casa. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato la mia città, di andarci da sola, di passaggio, una forestiera dal passo veloce, nella mia città da qualche parte c’è ancora una casa che conosco che sicuramente si ricorderà di me, nei muri ristagnano gli umori, quella casa è lì e in qualche modo mi aspetta. Ma la vera casa è appena fuori, al di là del torrente, la vera casa è vicino alla ferrovia e ha un lungo muro cieco su cui battere i pugni. La vera casa è piena di marmi bianchi e di lettere d’ottone, ha un odore nauseante di fiori vecchi, in quella casa, ad un’ora precisa, si accendono lumini rossi e non correre gioia, non cadere, non si cade al Cimitero. La voce di mia nonna mi rincorre ovunque e mi rimbalzano sul cuore le sue risate gocciolanti. Tutto questo ho veduto con gli occhi chiusi, ho toccato con le mani strette in grembo mentre non cedevo alla tentazione di andare. Stavolta non cedevo. La mia strada di nebbia mi ha riavvolta alla vita presente, al calore delle braccia vive, non sono più lì.

Non sono più lì.

Non. Sono. Più.Lì.