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Autoritratto

1391509511Che occhi stanchi.

Mi guardo a lungo e ancora una volta mi sorprendo.

“Lo specchio ha la mia faccia ”

Il contorno del mio viso seguito da un dito, mi perdo in algoritmi e formule mandate a memoria, sommo e sottraggo i lineamenti per vedere cosa rimane di me, faccio veloce i calcoli. .ma sono proprio io questa? La testa è un palloncino che vola in alto negli angoli della stanza. Il bianco delle ossa rende lucente la pelle e traslucide le mani a metà di un gesto qualunque.  Socchiudo le labbra, rumore di denti che battono freddi, la gola canta sorrisi e ingoia pensieri astratti. Per un attimo ci sono,  esisto. E poi all’indietro.

Rispedita indietro, riavvolgo il nastro,  musica appiccicata ai finestrini,  respiro bianco. Che occhi stanchi.

Luna d’osso.

Asfalto specchia il cielo al contrario.

Visi neri nell’ombra blu delle stazioni di servizio, la mia bocca mima un saluto, la mia mano trema mentre prova ad accerezzare un viso.

(Il quadro “Ritratto di Edward James” Riproduzione vietara di Rene Magritte)

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Polvere di fata

Credo in me. Credo in me. Credo in me.  Prometto di farlo.  Cerco di coltivare bagliori di luce dentro di me e girare gli occhi alle zone d’ombra, come questa giornata in cui lame dorate spaccano il muro delle nubi. È stata una settimana dura, molto più dura di cosa vorrei ammettere, una girandola frenetica di parole, spiegazioni, lacrime, cuscino freddo, insonnia. E occhi. Occhi.   Io non voglio più spiegare come una straniera. Straniera a me stessa. Qualsiasi cosa faccia si trasforma in un errore, sono il re Mida degli errori. Ma ora basta direi. Forse niente accade per caso,  forse per tutto c’è un momento.  Volta la carta,  il cielo ha le risposte e anche la mia pancia.2018-02-09 11.15.45

Synchronicity_02_c_Olivier_Madar1  Negli errori, come nelle cose fatte bene, c’è una costante, una matrice che fa ripetere gli stessi gesti, le stesse scelte, come fossimo i cani di Pavlov. E così la tendenza al rigetto, a non volere mai sul serio il proprio bene,si impara da piccoli, con l’imprinting dell’amore familiare: se lo riceviamo ricercheremo quel benessere per tutta la vita e saremo salvi, se invece veniamo intaccati dal rifiuto, si ricercherà questa sensazione straziante per sempre.

Rincorro sempre l’amore, privandomene, ne do a tutti finchè il mio cuore rimane vuoto, fa un’eco profonda, gli si formano dentro sbarre di ghiaccio. Il desiderio inappagato l’ho succhiato nel latte dei miei primi giorni e questo ancora mi nutre e sempre mi avvelena.

Ogni volta che desidero, che smetto per un attimo di pensare agli altri, che decido che anche io merito qualcosa ecco che la vita si mette a ridere e dice “No”. Non merito niente. Non esisto nemmeno del tutto, solo a tratti, per nessuno, non sarò mai muro ma solo malta negli interstizi tra i mattoni, non sarò mai colore vivo ma olio di lino invisibile nella lucentezza dei quadri, colla dietro un francobollo. L’ossido verde su un anello d’argento. Maggiore è la voglia di essere vista, di rimanere intrecciata a qualcuno e più acre è il dolore, la sensazione del freddo che arriva fin dentro le ossa. Come ti sei permessa di scaldarti il cuore? Di volere qualcosa? Non è per te. Tu, Cenerentola scalza, senza fata. Ognuno ha il suo destino, il mio è questo, veder sparire sentimenti come acqua tra le dita, vedermeli tornare indietro, rispediti al mittente, essere amata solo di sfuggita, quasi fosse uno sbaglio a cui rimediare. E notti senza sonno in cui il cuscino sembra di marmo. E lacrime che si affollano tra le ciglia ma si rifiutano di scorrere portando il loro sollievo liquido. Pensare che io possiedo lacrime generose, piango e mi commuovo spesso, per i bimbi quando sono felici, quando sento cantare qualcosa di bello, quando leggo o vedo una bella storia. Ma non più per me, per me non so più piangere, non riesco a compatirmi, a coccolarmi dicendomi che andrà tutto bene, che ci saranno baci a regalarmi un po’di vita attraverso le labbra. Non ci riesco più, so solo che sono una stupida che non fa che raccontare sogni e ogni tanto fa l’assurdo tentativo di raccontarsi come protagonista ma si accorge di stare come sempre parlando a se stessa. E dopo tutte queste parole vomitate come i famosi fiori di calce non sto affatto meglio ma almeno ora sono fuori da me e non dentro a corrodermi con le loro  piccole dita bianche. Mi assolvo infine, perchè non c’è altra soluzione. mani

Le foto: Carolyn Carlson la divina.

Le mani de “Gli amanti di Teruel” di Juan De Avalos 1955

Deliri

nudo-verdeAtomi che scorrono uno sull’altro sul mio corpo, in eterna,  muta collisione. Il cuore rintanato tra le mie ossa di un bianco di calce e’ trasparente e pulsante come un uovo di dinosauro e  giace sotto la cenere fredda di mille fuochi fatui. Non so dire niente anche quando parlo tanto, mi piace solo il suono della voce che rincorre se stessa nella cassa del torace. Non so urlare, rivendicare ciò che mi fa soffrire,  non so chiedere a gran voce ciò che vorrei di più,  io so solo sussurrare fragili gemiti in un vento contrario. E poi passa, tutto mi passa non so se piangerne o esserne felice, passa nell’abitudine antica di non essere mai protagonista, di non essere neanche capace di interpretare il ruolo di comparsa nell’opera della mia vita. E invece vorrei incedere con un mantello trapunto di parole, intense come stelle nere,  e lasciarmi avvolgere da occhi innamorati sentendomi regina, mentre l’anima respira e tutto in me si dà pace. Un giorno almeno,  in un paradiso a tempo, solo per me, che invece rimango,eternamente, un vuoto a perdere.

 

Il quadro: “Nudo verde” di Enrico Colombotto Rosso (ciao meravigliosa colomba vola in pace)

La bionda

xlocali-cool-festeggiare-capodanno.jpg.pagespeed.ic.4BdBwRzVvA (1)Guardavo gli ultimi avventori che arrivavano al locale alla spicciolata, nasi rossi di freddo, cappotti e giacche eleganti. La musica faceva le ultime prove, gli acuti di tromba e il rullare della batteria mi martellavano nel petto, il cuore si sforzava di battere le loro stesse note. Ballare mi sarebbe piaciuto, ma non sapevo. Le tovaglie bianche abbaglianti rimandavano le luci intermittenti a rimbalzare sul soffitto, calici trasparenti su cui passavo irrequieta le dita, aspettavo, non ho mai amato queste sere, in cui ci si deve divertire a tutti i costi. Eppure avrei voluto divertirmi, avrei voluto essere come gli altri e sentirmi bene nella pelle che indossavo. E poi ecco che il mio sguardo venne catturato da una donna bionda, mentre si stava togliendo un lungo soprabito di raso nero lucente, la pettinatura vaporosa che le cadeva sulle spalle in onde calde, il profumo speziato che mi arrivava alle narici, serpeggiante. Sicura di sè. Mi specchiai nella concavità del cucchiaio da dessert, io tutta diversa, piccolina e dal taglio corto, scuro, neanche un’ombra di trucco sugli occhi distratti, le labbra screpolate, le spalle da uccellino. La signora si voltò verso di me senza vedermi, sorrideva a chiunque e a nessuno, a me no di certo, il suo cavaliere le raccolse la sciarpa di seta caduta a terra e la appoggiò sul suo braccio nudo, indossava un vestito tempestato di lustrini che le fasciava il corpo, sinuoso, un po’ pesante in vita a dire il vero. Mi tastai sotto il tavolo il punto vita nascosto in una maglia di lana a collo alto, ridicolmente rossocapodanno, e lo trovai sottile, piacevolmente. Nessuno se ne sarebbe accorto comunque, la signora raccoglieva gli sguardi di tutti e a me rimanevano le fusa di un gatto tigrato vicino alla mia sedia e il sorriso di una bambina che mi chiedeva se potevo rifarle le trecce, gli elastici già in mano. Lunghe trecce nere, gambette magre nel vestitito troppo largo e occhi che le allagavano tutto il viso, la bambina. La signora sapeva muoversi tra la gente, le sue mani volavano come farfalle sulle spalle degli uomini, a stringere altre mani, sorridendo e muovendo la bocca in parole che non riuscivo a udire. La musica incominciò inventando un valzer singhiozzato, la signora posò la sciarpa di seta sullo schienale della sedia, le sue palpebre dipinte celesti socchiuse, il busto eretto e invitante, la bocca rossolacca leggermente aperta, una gocciolina di saliva brillava in un angolo delle sue labbra, fastidiosa per me, molesta. Due uomini erano già pronti a invitarla, e lei sgocciolò una risatina di tre quarti mentre declinava un’offerta e ne accettava un’altra, e quindi alta, procace si allacciò all’ uomo, suo per intero per i quattro minuti del ballo e io la seguivo con lo sguardo, muovendo i piedi timidamente sotto la tovaglia, ondeggiando la testa al ritmo dei loro respiri. Era inarrivabile la sua sicurezza, giusta per se stessa, giusta nel suo corsetto, giusta malgrado la vita un po’ pesante e le rughe che le avvizzivano già un pochino gli occhi. Mi spostai contro il muro, che la luce non arrivasse più a trovarmi, guardavo sempre più da lontano, mentre la musica passava a una rumba sensuale e la signora cambiava il cavaliere e prendeva quello più prestante. Cercai la mano della bambina e ci mettemmo a sfogliare un giornalino, le spalle vicine, le teste chine, auguri, auguri signora.

(dedicato a Bianca)

2017-12-22 09.44.07Lascio scorrere tra le dita le ultime ore dell’anno, veloce voglio che vada via,  dall’altra parte del sottile crinale del tempo,  mi aspetta gennaio col suo freddo purissimo e le albe nitide ancora punteggiate di stelle.  A volte non mi riconosco,  come le persone che nascono in un corpo che non è il loro,  a tratti, mi sento straniera e chiudo gli occhi guardandomi dentro e sento che sono esistita solo in un tempo lontanissimo e tutto il resto è un rimanere in piedi sul bordo di un’esistenza che non mi appartiene,  dondolando sui piedi. Gonfia di assenza. Una specie di fantasma tranquillo,  invisibile per lo più,  non mia la casa, non mio il cielo terso come specchio, non mio il volto né le mani.

Ma io che lo so, che conosco per intero il meccanismo,  come posso fare a sgusciare dentro me stessa e rimanerci? Toccare la carta di un quaderno,  le pagine di un libro come fosse la pelle di un amante è l’unica cosa che davvero mi appartenga,  in cui sento un battito di ala vecchia, un fremito vero. Guardo dai vetri, le luci che si accendono nelle case, il mio sguardo appeso sopra mille cortili, guardo come se le vedessi e voglio le vite di tutti,  assaggiare da ognuno di loro se esiste qualcosa che mi calzi a pennello. In ogni vita cercare il tesoro della mia perduto o forse mai esistito. Il cielo si scurisce,  qualcuno starà rincasando,  rumore di stoviglie,  qualcuno starà facendo l’amore, su lenzuola azzurre, qualcuno starà morendo proprio adesso e  qualcun altro farà il primo suo grido alla vita con il viso pieno di grinze rosse.

Io non ci sono,  da nessuna parte.

Stelle di carta stagnola

Quanto mi piaceva passare il tempo con te, quando riuscivo a dimenticarmi di tutti gli altri e delle loro esigenze e per qualche ora mi sentivo davvero importante.  Ricordo alcuni momenti.  La ricerca di geografia.  Mesi e mesi di ritagli, di cartine, di pennarelli fini, colorati. Mi ricordo le ricette da scrivere su un quadernino. Il presepe da costruire tra i rami dell’albero, natale dopo natale. Pensarci insieme. Le tue piccole mani preziose le ho davanti agli occhi le potrei disegnare nei dettagli, se sapessi disegnare.  Il colore esatto dei tuoi occhi che amavo follemente.  La grana scura della tua voce nelle orecchie, nel cervello. La nostra capanna col tetto di muschio e il balconcino su cui sistemavamo l’angelo, la cascata di carta stagnola e il fondale dipinto con un’alba improbabile su un deserto di duemila anni fa. Ritrovare con te le statuine preferite avvolte nella carta di giornale. I due fratellini abbracciati erano quelli che mi piacevano di più, li ho ricomprati ma non è certo la stessa cosa.  Vorrei per qualche secondo la gioia feroce nel cuore dei pomeriggi a fare il presepe con te, l’amore assoluto che mi annegava il cuore nel petto mentre tutto andava al suo posto, mentre si accendevano le lucine e tu, anche tu eri felice malgrado la tua insondabile stanchezza. Sono passati 24 anni dall’ultimo presepe..gli ultimi li ho preparati da sola, non ti andava più,  alla fine ti chiamavo a vedere. Perché non ho saputo arginare quel tuo lento abbandono?  Era come se ti staccassi piano piano, ma io non volevo vedere, non volevo accettare. Non ne capivo e non ne capisco ancora la ragione.  Ti ricordi il castello di Erode, le decorazioni colorate, avevamo persino una minuscola gondola tra i rami dell’abete, che assurdità.  Mamma, che assurdità.