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Ancora

egon

Alice rimaneva con gli occhi socchiusi, le mani aggrappate come piccole ali bianche al rosso ferro scuro del letto, incredibile poter pensare a niente mentre Serse dolce le percorreva il corpo in ogni direzione. Alice sentiva che questo presente era sempre esistito, che l’aveva sempre aspettato ed ora che, nelle mille pieghe fortunate di quel lungo attimo stava affondando piano, tutto era diventato chiaro e trasparente, tutto aveva un senso e preso netti contorni. L’amore esisteva, certamente. -Scrittori e poeti tutti, avevate ragione, sono io l’amore, io mentre fremo ogni centimetro di pelle sotto le sue dita, e il mondo può crollare o impazzire del tutto, non me ne accorgerei, niente altro sta esistendo fuori da quella porta-.

Serse non credeva alle proprie dita. Lui la vedeva bellissima e forse quel giorno davvero lo era,  sentiva con chiarezza  che ogni respiro di Alice era per lui, potente onda d’amore incontrollabile che li faceva crollare mille volte tra le lenzuola. Incredibilmente lucente la sua pelle, clamore nelle vene e i loro nomi che si rincorrevano nei sussurri delle voci sovrapposte nei baci. Baci che mitigavano la fame, il bisogno insopportabile di loro stessi ovunque, baci carnivori sorretti dal tamburo del cuore. L’amore esisteva, certamente.

– Sono io l’amore mentre tocco le curve del suo corpo e la invento nuovamente perchè sia felice, bella mille volte, ogni volta che la guardo un po’ più mia-

Ancora, sorrisi aperti, scoscesi abbracci, simboli arcaici, solitudine astrusa sconfitta, amore sempre. Ancora sorprendente amore.

(il quadro Egon Schiele)

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l’altra me

nonna Arrivare da lei, dalla zia, con la mia vita nuova, portarci mio fratello dopo tanti anni ed essere lì insieme a lui mi fa regredire a un mondo passato che, proprio perchè è passato, sa di buono anche negli angoli umidi e bui, che pure furono moltissimi. Quel paese custodisce ricordi ad ogni porta, dove è andata a nascondersi la mia voce ragazza, i piccoli amori frustrati, i baci sotto le stelle quando tutti dovevamo ancora crescere e finire di aggrovigliarci al furore della vita? Entrare nel bar del paese è immergersi in un brodo primordiale di sensazioni, di volti invecchiati ma con gli stessi occhi di allora e io non ho paura a puntare i miei in fondo agli occhi di tutti, non mi fa paura cosa vedo. Entro con la zia sottobraccio, la zia che non può più vedermi, sono io i suoi occhi per un giorno, la tocco il più possibile perchè la tenerezza che parte dalle sue piccole ossa mi arriva dappertutto e mi dona un calore unico, mi piace tanto abbracciarla anche se non l’ho mai fatto prima, è anche bello inventarsi nuove consuetudini e avere ancora occasione di assaporarle. Due parole con tutti, il paese è una terra di nessuno in cui tutto rimane sempre uguale, un tempo mi faceva impazzire quell’ineluttabilità, ora invece vedere Andrea con i capelli bianchi  che ha posato la bmx verde da almeno trent’anni e trovare che è un uomo posato e buono fa bene al cuore, o Mirko che si avvicina, mi posa un minuscolo bacio sulla fronte e mi dice che è passato per sbaglio davanti alla mia vecchia casa e si è commosso pensando i miei ricordi, commuove anche me. Non vorrei andare mai via, non vorrei mai essere cresciuta, vorrei ancora quell’umido che calcinava le ossa, vorrei ancora quel veleno dell’adolescenza che faceva morire un giorno dopo l’altro il bruco che ero senza mai diventare farfalla. Vorrei tutto ancora integro, tutti i pezzi del cuore al loro posto. Vorrei tutto il tempo del mondo che pensavamo non sarebbe mai finito, vorrei il senso  della noia di partite a carte infinite, inutili discorsi seduti sempre sugli stessi scalini, spesso le mani unite ad altre mani solo per sentire il calore di una persona qualunque. Riaccompagno la zia a casa, scompaginata profondamente, in un disordine felice della mente e lei fa un’ultima magia e dalla sua borsa tira fuori due foto che io non ho mai visto. E’ un regalo grandissimo. Mi manca il respiro per un attimo e mi pungono gli occhi di lacrime nuove, non le ho piante tutte alla fine. Mia madre sorride all’obiettivo nel 1941, capelli biondissimi, braccine al sole, una bambina bellissima, bellissima, mia madre quando non era ancora mia madre e io la stavo già aspettando per amarla follemente, da qualche parte del suo sangue, dei suoi tessuti. E poi una foto di mia nonna da ragazza. Mi somiglia, voglio davvero che mi somigli la persona che mi ha amato come io volevo e che mi ha insegnato quel poco che so dell’amore, che era tutto ciò che io ero in grado di desiderare, protezione e cura, buonumore e sollievo a me stessa. Perchè già da bambina iniziavo a diventare labirinto e lei lo sapeva e mi accompagnava per mano. Era sempre vicino a me e mi diceva: “Non avere paura”. Mia zia è ciò che mi rimane di loro e per questo è preziosa, parla con le loro stesse parole, la sua voce mi rincorre per giorni, i suoi occhi chiari , le sue mani identiche alle loro sulla mia faccia, di nuovo bambina. La stringo a me in un abbraccio ancora, prima di andare, e quell’abbraccio ci scaraventa per un attimo tra le stelle e quasi quasi le sento per qualche secondo, le donne della mia famiglia tutte insieme a volermi ancora bene, le sento, le vedo, forse sono come loro e posso raccontare ancora la nostra storia.

(la foto: nonna Teresa)

La notte

Di notte i muri mi si chiudono intorno, nel respiro brillano pezzi di vetro. Di notte le parole si fondono e hanno identico e intatto il sapore della bocca. Di notte ogni spettro aspetta il suo turno nel buio per prendersi un pezzo di me e andarlo a nascondere da qualche parte. Di notte tutto diventa scivoloso ed e’ sempre piu’ difficile trovare la strada per tornare a me. Di notte il cuore che batte incoerente e’ una presenza nel petto, so cosa sta dicendo. Di notte sono umida e sono in grado di tremare, sono fatta di sangue e carne come tutti, sotto chilometri di pensieri e discorsi dispersi. Di notte ogni respiro e’ soffocato e la tua voce mi esplode nel cuore, di notte sono io e sono te senza distinzione, centri concentrici uno dentro l’altro. Di notti innumerevoli siamo intessuti intrecciati, ogni emozione ha lenito una ferita. Come formiche la notte abbiamo toccato le corde sacre di noi stessi e ce le siamo donate. Di notte la paura si dimentica insieme. Di notte la mia mano attraversa il tempo e gli anni e ci viene a cercare.146733“La notte”Michelangelo

Cuori di vetro

scacchiCi sono persone che vivono e persone che guardano la vita da dietro un vetro, guardano gli altri agire, sbagliare, perdere e innamorarsi, rimanendone fuori. E anche in loro stessi guardano a fondo ma attraverso un vetro, sempre lontani da tutto anche in mezzo alle bufere, protetti e imprigionati da quelle pareti fredde e, alla fine, in mezzo al loro petto persino il cuore è trasparente e batte il suo fragile battito cristallino. Lui e lei erano così. Si trovarono grazie alla loro prodigiosa trasparenza, invisibili al resto del mondo lasciavano impronte delicate del loro passaggio ma poi svanivano immancabilmente, come ombre cinesi. Inafferrabili in mezzo alla vita, quasi dormendo, il battito sempre più lento e scomposto, finalmente si riconobbero e fu un impatto forte che per poco non li mandò in frantumi. Senza barriere, vedere tutto, scoprirsi dettagli, sorprese scoperte, senza nessuna paura di quello che appariva davanti ai loro occhi ma, anzi, l’un l’altra con le mani a fondo, e non resistere a metterle sempre più dentro mescolandosi piano. Là dove nessuno era mai stato, dove rimanevano le piccole cose inestimabili che non importano a nessuno: la cartella rossa di prima elementare, le mani grandi dei padri congelate in un’improbabile carezza forse mai nemmeno arrivata a destinazione, i cuori immensi delle madri pieni dell’amore destinato agli altri, in cui restare pigiati, trattenendo il respiro per non dare troppo fastidio. Ecco, una ad una le cose che nessuno vuole vedere e conservate dentro di loro per sempre, diventare preziose nel cuore dell’altro, i sassi del mare, gli occhi azzurri delle zie, una vita intera ad aspettarsi cullandosi da soli in attesa che dal vetro qualcuno distrattamente li potesse vedere. L’uno dentro l’altra erano lastre sovrapposte, la vita che credevano di vivere solo in prestito finalmente gli apparteneva. Nella loro trasparenza non sapevano bene chi erano e sulla scacchiera della loro vita potevano essere tutti i pezzi, re e regina, alfiere e torre, respiro fremente di cavallo nero, passo incerto di pedina bianca. Un’onda travolgente andava e veniva tra di loro, li univa e li sovrapponeva di continuo, cresceva il bisogno assoluto di possedersi per sempre e di proteggersi; forse l’attrazione forte che riusciva a sciogliere persino il vetro era perchè lui viveva la vita di lei e lei quella di lui, scambiate da un gioco del destino, forse per questo erano legati da sempre, ancora prima di conoscersi, era il lungo tentativo di tornare in loro stessi a forza di intrecciarsi e dissolversi come schiuma. Forse semplicemente qualcuno li stava sognando innamorati, una terza persona distratta ed annoiata che li aveva scelti come personaggi e li pensava vicini e li faceva affondare sempre di più nell’amore un sogno dopo l’altro. Forse erano ancora bambini che immaginavano la loro vita da adulti durante un afoso pomeriggio d’estate, forse erano falene abbagliate dalla luce che battevano furiosamente le ali per rimanere sospese. Non potevano avere nessuna certezza al di fuori di loro stessi, solo loro, senza più paura, perchè è vero che i cuori di vetro si possono rompere, ma i cocci si possono anche fondere per farne uno nuovo, unico, da tenere nel petto a turno, vivendo dello stesso battito.

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Train station

particolare_il_bacio_1Alla stazione nessuno regala agli altri più di un’occhiata rubata, di sfuggita, percorre con occhi distratti i muri spogli, i cartelloni pubblicitari ingialliti e strappati; magari si arriva di corsa e col fiato grosso si salgono o scendono scale scivolose, si fruga nelle borse alla ricerca di un biglietto, oppure si arriva troppo presto e allora si prova la noia infinita delle sale d’aspetto, gli odori dei viaggi degli altri, stanchezza, occhiaie, sbadigli. Arrivo alla stazione anche io e invece guardo a lungo tutti, io ci vengo apposta: un bambino che strilla aggrappato alla mano di suo padre, un anziano che ascolta brandelli di partita da una vecchia radiolina che nemmeno sapevo esistessero ancora, una ragazza con lo  zaino più grande di lei e il viso infilato in un libro. E poi loro. Impossibile non vederli, impossibile per me, almeno, in realtà è come se fossero completamente soli, nessuno fa caso a loro a parte me e loro, di sicuro, non vedono altro che loro stessi. Stanno in piedi accanto al binario, proprio vicino alla linea gialla, e si abbracciano, si respirano, gli occhi dentro l’un l’altra profondi, la bocca socchiusa in un lungo interminabile bacio. Non me ne vado, mi siedo su una panchina e continuo a guardarli.Non so chi dei due sia pronto a partire, non so da quanto tempo si vogliano bene, non riesco ad immaginarlo, fanno parte di sempre, come il pilastro dietro la schiena di lei, come il cielo oggi stranamente sgombro e luminoso che è il fondale perfetto a questa loro pazzesca tenerezza. Si sorridono di tanto in tanto senza smettere di baciarsi, penso ci voglia un gran talento, le mani strette, semplicemente.

Mi immagino la loro vita domani con il cuore ancora pieno d’azzurro, lei penserà alle voci ascoltate in una casa lontana dalla sua, voci dolci che si rincorrono tra passato e presente e che la accolgono perchè in qualche modo parla la stessa lingua e ne fa parte, lui che cerca il suo odore nelle pieghe delle lenzuola, e regala finalmente a se stesso un mezzo sorriso guardandosi allo specchio, nello stesso modo in cui gli sorride lei. Poi il tempo passa, il tempo che è sempre crudele con chi si vuole bene, in lontananza si sente il fischio, il treno arriva. Non vuole finire il loro bacio, non c’è dolore, non oggi almeno, perchè sanno che la felicità esisterà  sempre alla fine dei binari. Mi alzo e vado lontano, non voglio vedere chi di loro sale sul treno, non voglio vedere l’altro allontanarsi improvvisamente solo, le braccia vuote incontro alla sera, voglio ricordare la forza del loro amore che mi ha investito con onde concentriche fino a spettinarmi i capelli e a seccarmi le labbra, l’inverno può essere pieno di luce anche per chi resta a guardare.

(Francesco Hayez particolare del bacio)

Fine anno

received_2052712914788966un altro anno sta finendo. Ho imparato che il tempo non mi appartiene mentre io appartengo a lui che mi scava piano. Questi abbracci che continuo ad aspettare sono davvero di pietra e non riescono a scaldare . Sono abituata da tutta la vita ad elemosinare ogni grammo d’amore ricevuto,  A ringraziare per quello che mi viene concesso.  Invece non dovrebbe essere così.  Ciascuno dovrebbe essere amato tanto, amato a crepapelle come sono capace di fare io. Mi invento miracoli nuovi ogni giorno per un po’ d’amore. Talvolta metto delle briciole d’amore in tasca per i tempi duri, come Pollicino, per ritrovare la strada che porta a me stessa. Ma da tempo le ho finite. Il mio corpo non sa più sussultare e sogna i sogni di qualcun altro. Ho qualche ricordo sensuale ma sentire ancora fremere la pelle é un’altra cosa. Non ho più la forza di desiderare e di aggrapparmi al filo dolce delle parole. Ma sono ancora qui a tenermi il cuore e sentirlo battere tra le mani spaventato, come fosse un uccellino.  Per l’anno nuovo voglio volere. Voglio esistere. Voglio un sorriso nuovo che mi arrivi fino agli occhi e mi liberi il respiro senza dover ringraziare per ogni carezza immaginata, umile e randagia, ma perché é mio davvero,  solo per me.

(Statua di cui non ricordo l’autore. Auguri a me)

il filo

wildtA volte è minuzioso, chirurgico, come un filo interdentale che va a stringere i ventricoli del cuore e impedisce di respirare. A volte grosso, ruvido, come il canapo del palio, attorcigliato, quelle fibre naturali e sane ma che a tenerle in mano ugualmente urticano e scorticano la pelle, Qualche volta è bellissimo, sa di mare, appoggiandoci le labbra si sente il gusto del sale, la gomena che issa le vele in mezzo al vento, ribelle e forte. Talvolta è il filo da pesca con cui legavo gli ami, trasparente e delicato, si possono fare dei giri e accostarli uno vicino all’altro, senza sovrapporli per non provocare rotture, sembra bava di ragno trasparente, poi diventa rosso a volte, rosso di sangue e fa spire rotonde come un serpente, quando è così si tatua sulla pelle, rende ebbri, è fatto di voce e di immagini, è il filo più bello, quello che non fa mai paura, il legame accogliente. Ogni tanto è cordone ombelicale, denso di vita altrui, delicato, fragile, ovviamente legato intorno al collo, ovviamente trapunto di incubi, di spettri lasciati a sedimentare nell’oscuro dell’essere; a volte è un filo elettrico che manda scintille, guai a toccarlo, si può solo guardarlo accendersi e spegnersi, intermittente come la luce delle lucciole. Talvolta il filo ferisce, è la corda del tiro alla fune, e qualcuno cade sempre a terra strattonato troppo rudemente, di solito io, sulle mie ginocchia malandate, sulla mia voglia di amare, troppo forte, ancora troppo forte. A volte è nastro dei regali, argentato come la coda delle stelle, elastico che avvicina ed allontana e fa venire il singhiozzo per la troppa incertezza,  laccio emostatico che ferma il turbinare del sangue a metà di una carezza, con un bacio a fior di labbra, presto cancellato dai giorni affastellati a mucchi uno sull’altro. Il filo a volte è tentacolo che fuoriesce dagli incubi, troppo spaventosi per ricordarli al mattino, a volte è di carta come il ritaglio degli origami di Bianca, a volte è acciaio puro, cavo tenace che cancella in un secondo distanze e passato, futuro vicino. Ogni tanto è il filo degli astronauti che permette loro di passeggiare tra le stelle, il filo senza peso degli abissi siderali della nostra mente, che ogni tanto si intersecano, si uniscono, si scambiano liquidi profondi, ma rimangono distinti, ferocemente. filo spinatoFilo spinato che non si può superare, invincibile protezione della solitudine, nessuno ha diritto ad essere felice e tutte le lacrime sono belle quando diventano brina. Il filo a volte è gravato dal peso delle perle, è inutile cercare di vederlo di sfuggita in mezzo a tanto inutile prezioso bianco, oro di antica collana, velluto nero attorno al collo, lenza da gettare ai pesci, corda a cui è appeso il codino delle giostre, lana verde dei gomitoli. Ogni tanto il filo si tende tanto da far male dov’è attaccato, stride, urla, ma facciamo finta di niente. Tanto si sa che non si può spezzare, possiamo non dargli ascolto, tanto non ha nessun altro posto dove andare.

 

(la statua: “Filo d’oro” impareggiabile Adolfo Wildt. Filo spinato trovato nel web)