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E, D, A

stipeMi rigiro le parole tra le dita, rimando il momento in cui le vedrò sul foglio, le tengo sulla lingua come caramelle appiccicose, ma poi mi dico che siamo noi e quindi va bene tutto. E’ meraviglioso poter dire ancora noi. Casa nostra non era facile, non lo è mai stata. Anche quando tutto andava bene, era un bene in tecnicolor, era come guardare su un grande schermo qualcosa di troppo potente che di sicuro ci avrebbe ferito gli occhi, e alla fine ci ha ferito non solo quelli. A forza di raccontare, il tessuto del ricordo si è sfilacciato, è così liso che ci posso guardare attraverso e, dall’altra parte, io mi vedo appena, labile, insofferente, ma vedo voi, sempre. E talvolta voi aggiungete qualche dettaglio, qualcosa di meravigliosamente vivido, voi che c’eravate davvero, più di me, qualcosa che mi fa “vedere” ancora.  Vedere nella nostra cucina, sentire gli odori, tutti, uno dopo l’altro, la minestra, il  nonno, la polvere, i libri. Il blu del tavolo, le pentole sul bianco. Solo con voi sento che è esistito il nostro tempo più vero.  Nessuno di noi stava bene ma sotto il regime della nonna ognuno aveva l’amore necessario e non chiedeva altro. Io più di tutti, quel tempo è l’unico tempo in cui mi sono sentita amata nel modo giusto, nella giusta quantità, con l’amore che colava nei miei vuoti e li saziava. Senza di lei ho cominciato a mendicare, e continuo a farlo, a pensare che non vado abbastanza bene per essere amata, a cercare di esistere. Tutto il resto a casa nostra è stata una corsa pazza l’uno dentro l’altro, senza più nessun confine. Le nostre madri-bambine hanno mescolato tutto creando una pozione tossica ma potente, che ci ha aggrovigliato in modo indistricabile, ci tenevano appesi con degli elastici in mezzo alla schiena, al posto delle ali che ci sarebbero servite per trovare la nostra vita. Non possiamo farci niente. Il resto è sempre stato ricerca, di entrare nel nostro corpo prima e nella nostra anima poi, ognuno la sua, ma ancora oggi non è facile. L’amore che ho per voi, mi piega le spalle, se qualcosa non va io sento al posto vostro, nelle mie vene scorrete e io dove sono allora? Non lo saprò mai probabilmente, forse in quel vestito di lana verde della nonna che rimase appeso per anni in corridoio e in cui tenevo il naso nascosto per ore intere alla ricerca del suo odore, sempre più lontano. Sempre più lontano. I primi tempi mi pareva di sentirlo, davvero. Mi avete detto entrambi, a distanza di poco tempo l’uno dall’altra, che voi avete fatto tutto il possibile per rendermi visibile nella girandola assurda di casa nostra, che avreste voluto non essere sotto il riflettore che invece io desideravo tanto, senza nemmeno saperlo. Ed è vero. Per tante ragioni io l’ho sempre saputo. Per tante ragioni io sono immersa nel vostro modo di essere e di agire, incollata al vostro modo di interpretare la vita e non posso farne a meno, a volte il resto mi appare scialbo, privo di colore.Ho bisogno delle accelerazioni e delle esagerazioni che appartenevano al nostro maledetto clan, ai cambiamenti di rotta repentini. So che quella che avete dato a me è la parte migliore di voi, la più preziosa. A volte vorrei scappare e dimenticare tutto, il presente e il passato, essere una persona nuova, smetterla di sentirmi ospite ovunque, ma l’elastico al posto delle ali ce l’ho ancora e mi fa tornare da voi, sempre. Come unica cosa reale. Non importa quanto io vi veda o quanto tempo trascorra con voi, non conta niente, il tempo è scandito dai battiti di questi tre cuori fusi malamente, a caso, senza un progetto, senza un’idea. A volte penso alla metà di loro due che è ancora qua, quelle nostre mamme bambine che avrebbero dovuto insegnarci ad essere adulti, mi chiedo come faccia a sopportare di essere qua, nei suoi occhi liquidi mi perdo del tutto, mi smarrisco, la sua voce mi uccide, non posso sentirla parlare che mi si attorciglia la mente. Perchè nel colore della sua voce è tutto presente e tutto perduto. La amo da morire, chissà se lo sa. E l’ho anche odiata, ma senza crederci davvero, come la strega delle fiabe. A volte quando arrivano questi pensieri mi dico che niente ha senso e poi invece voi ci siete e siete il senso. Pescando a caso nel mazzo triste delle nostre esperienze non riesco a distinguere lucidamente i dolori miei da quelli vostri, ho custodito tutto, ho cercato di mettere tutto a posto, in fila, come da bambina facevo con i sassolini del mare. Ho cercato di darvi tutto quello di cui avevate bisogno, di farlo filtrare nei buchi, nei vuoti mostruosi del nostro essere, come faceva la nonna, ma io non sono lei. Occuparci di noi a volte è un grande lavoro, per anni ho pensato di esserne fuori, non tirava più l’elastico, e poi invece ho cominciato a scivolare, non c’è nessuna rete, non c’è il vestito verde di lana in cui mettere il naso e nascondere le lacrime, non esiste più il blu del tavolo, non c’è più niente. Solo voi a ricordarmi il principio e la fine. Il triplice cuore non mi appartiene, ho bisogno del vostro pezzo perchè anche il mio funzioni.

A Manu e Dany

(Nella foto Michael  Stipe)

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Versi

Svuotando le tasche di pezzetti di carta qualunque:

Semi di ragno

gettati nei solchi del cuore

dopo poco crescono e invadono il petto

con le loro tele di neve.

Estranea anche a me stessa

mi dissolvo ogni giorno nei fotogrammi della mia esistenza,

sparisco, grondando parole

mentre l’ombra di me si trascina per le stanze,

scricchiolando.

 

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School

La scuola e’ come il mio astuccio certi giorni, ci trovo tutto il necessario. Trovo l’entusiasmo. La notte mi carico di idee e poi non vedo l’ora di condividerle con i bambini e vedere come si caricano a vicenda, come tutto si ferma nelle loro testoline, piccoli semi di futuro che getto in loro come un giardiniere matto. Ci trovo sempre abbracci, sempre, ogni giorno, spontanei. A volte é bisogno di essere protetti, altre volte é gratitudine per quanto io do a loro, perché loro lo sanno l’impegno che ci vuole, questi sono i miei preferiti. Ci trovo altri maestri come me e ci si comprende, sempre trafelati e con le borse piene di strani oggetti che possono sempre servire. A volte tra i banchi nascono delle complicità incredibili, e si è  oggetto di grande stima per le idee, per la passione. A volte si trova amicizia. Vera. E ci si confida cose pazzesche. La scuola é  una famiglia a tutti gli effetti, e io ne ho tanto bisogno, tra le sue mura io mi sento protetta, so sempre qual è il mio posto. Mi sento a casa tra libri e quaderni. Cinque anni sono lunghi, alcuni bambini li si conosce meglio, qualcuno lo si ama di più perché siamo umani o forse perche’ ci ricorda qualcosa di come eravamo noi, ma a tutti si dà  la pienezza delle proprie energie, tutto il meglio possibile. E non importa se a volte si torna svuotati, il giorno dopo ci saranno di nuovo piccole mani a cercare la mia e ogni tanto una vocina che dice:”Maestra, ma ci pensi come sarà triste l’ultimo giorno di scuola in quinta?”. E non hanno il minimo dubbio che lo sarà anche per me, nel loro stesso identico modo.20181005_183619

Pioggia

Guardo le gocce lasciare il cielo.

Un cielo che è  una lastra d’acciaio a cui rimaniamo appesi, la pioggia lava i miei occhi rendendoli trasparenti e freddi, scuri. Gonfia la mia anima che si fa bandiera. I miei attimi trascorrono come trascorre la pioggia ma non finiscono in nessun posto. Non vanno a nutrire radici, non vanno a ingrossare il fiume. I miei attimi rimangono sui miei piedi come catrame. Mi prendono delle malinconie potenti, mi sferzano il viso come schiaffi e mi lasciano a terra fradicia di me stessa e impotente. Non vedo l’ora di essere sotto le coperte per sentirmi al sicuro, per non spiegare più niente, per non dover rubare un po’ d’amore perché tanto è  notte e non si deve andare più da nessuna parte. Stringere le coperte tra le dita delle mani, cullarmi dolcemente. Domani è un altro giorno, i desideri stanno nel cielo, appena dietro la pioggia, appena prima delle stelle.

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Forme

imagesnel marmo si celebrano gli istanti, si dona la vita, si esprime il profondo. La bellezza delle sculture e’ che non sono mai uguali, cambiano a seconda di come le guardi, di come la luce le investe nei loro incavi, nei loro dossi. Ho sempre amato e temuto le statue, il loro essere specchio perfetto dei corpi, l’eterna immobilità del gesto. Ci sono statue che non ho mai dimenticato, quando da bambina col buio che colava dai vetri colorati della Chiesa correvo lungo la navata per sfuggire gli occhi buoni di sant’Antonio, la perfezione paurosa del suo Giglio che non sarebbe mai appassito o Ilaria del Carretto, addormentata per sempre.  Mi ricordo una cartolina che comprai a Lucca per portarmi a casa la bellezza pura di quel marmo bianco e quanto mi struggevo, negli anni a venire, guardando il movimento dei panneggi, la grazia delle palpebre chiuse. Il Perseo senza parole. Le statue qualunque, i gessi  dei presepi che invece di perfetto non avevano niente e mi mostravano dalla scatola di cartone il loro volto deforme, il sorriso dipinto. Quelle delle cappelle di Crea con le ombre delle grate sopra i visi gonfi d’umido. Le statue dei cimiteri. Le statue sanno celebrare l’amore, quello che va oltre il desiderio dei corpi che si esaurisce in un gemito appena un po’ più forte, fondendosi in incastri che durano per sempre. È il “per sempre” della scultura che mi ammalia, il dolore di essere mezzo sepolti nella pietra come i Prigioni di Michelangelo che non hanno mai potuto liberarsi del tutto, la responsabilità di essere perfetti nei muscoli scolpiti da Bernini. Vorrei quelle dita sulle mie cosce, quei baci infiniti racchiusi nel marmo, quegli abbracci in cui soffocare i tormenti, essere amata per sempre.

Rodin L’idolo eterno

Like me

sirenettaA volte mi sento piena d’amore, ma proprio straripante e mi sento piena di vita per questo, piena di idee per dire il mio amore alle persone che ho intorno, per rinverdire gli occhi di chi mi guarda a colpi di attenzioni, colpi da maestro per accogliere, per tenere avvinti. Colpi di accoglienza, effetti speciali da oscar, colpi di memoria che fanno sentire gli altri unici, speciali. “Quello che sto dicendo a te non lo sa nessuno”…..

Quante volte in vita mia mi sono sentita dire questa frase? Il bisogno folle di far sentire gli altri completamente a proprio agio, il mio diabolico cuore da barbapapà, che sa trasformarsi in qualsiasi cosa, basta chiedere. Posso accelerare, c’è sempre qualche colpo segreto, qualche asso nella manica, qualche coniglio nel cappello, un biglietto lasciato sul tavolo, una telefonata, una poesia rigurgitata a notte fonda, un collage di ricordi trapuntato con brandelli di cuore, un fiorire di ossa scoperte, una fotografia che ruba l’anima.Ci sono, ci sono, e ti amo ancora malgrado tutto, stai con me. Non lasciarmi sola. Il mio bisogno d’amore è spiazzante, mi rende cieca e sorda. Mi toglie l’orientamento. A volte vorrei incontrare qualcuno sul mio cammino che ami esattamente come me, che per una volta sia per me la sorpresa inaspettata, che qualcuno inventi per me, che sia io il centro e non solo la cornice. Anche perchè, in tutto questo offrire calore, dillo a me, dammi il tuo cuore prezioso da conservare per sempre, in tutto questo esistere per gli altri, io dove sono? In che posto mi sono lasciata indietro ad aspettare che, a forza di dare, qualcosa mi venisse indietro? Ma qualcosa a modo mio, perchè ecco, anche io vorrei essere amata come amo io.

Altre volte mi sembra di non provare assolutamente niente, ogni volta che un biglietto rimane senza risposta, ogni volta che mi viene preferito qualcun altro, che il podio non è per me, una parte dell’anima si fa cancrena. Mi sembra di essere un’attrice di serie zeta che recita se stessa a un pubblico peraltro inesistente. Tutto intorno a me c’è qualcosa che non fa arrivare a me nemmeno me, guardo lontano senza vedere assolutamente niente. Eppure non mi sembra di chiedere molto.

Dietro gli occhi

received_10214805875569162sembrano verdi. Da lontano. In realtà è come per i quadri di Seurat, la dissezione dello spazio in pixel del puntinismo dove il colore che si vede è solo la mescolanza di tanti altri,  accostati, messi vicino. Azzurro, grigio, castano. ..sono tutta così : una mescolanza di sentimenti diversi,  sensazioni,  dolore, parole,  paure. Tutto quello che si vede di me si può scomporre in frammenti distinti. E dietro agli occhi?  Dove ci sono proprio io rannicchiata in fondo a me stessa in preda all’ordalia violenta delle mie emozioni, cosa si nasconde lì dietro? Sempre pronta a dare molto,  sempre capace di amare con il mio cuore da maratoneta,  l’amore gratuito offerto anche a chi mi ha fatto del male, aspetto solo di averne anche io, che qualcuno venga a bussare dietro agli occhi e ad accoccolarsi insieme a me respirando piano, senza fare alcun rumore.  Accoglienza chiedo, la stessa che mi invento ogni giorno per le persone che ho intorno,  braccia come ali,  anima rossa. Chiudo gli occhi se qualcuno ha il coraggio di raggiungermi qui dietro, lasciando fuori il mondo.  Ognuno ha la sua torre da cui aspettare, da scalare ad ogni tramonto l’importante è affacciarsi ogni tanto a guardare chi viene.